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Mio fratello è figlio unico un film di

luchetti-miofratelloTratto dal romanzo “Il fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, “Mio fratello è figlio unico”di Daniele Luchetti, ripercorre, attraverso le vicende di due fratelli, gli anni sessanta e settanta. Per la precisione, la storia narrata inizia nel 1962 e si conclude nel 1974: siamo a Latina e due fratelli, Accio (Elio Germano) e Manrico (Riccardo Scamarcio), diversissimi tra loro per temperamento e attitudini, cercano confusamente il proprio posto nel mondo.
Manrico, il maggiore, è il preferito di casa Benassi: sua madre (Angela Finocchiaro) stravede per lui, provocando in Accio un persistente sentimento di esclusione, non solo dalla famiglia, ma dalla società intera. A questo stato d’animo, Accio reagisce con la ricerca di un Assoluto in grado di compensare il vuoto originario: lo vediamo, così, bambino, aspirare al sacerdozio e alla santità per, poi, convertirsi, da adolescente, attraverso l’amicizia con Bava (Luca Zingaretti), all’estremismo di destra, per approdare, infine, ormai ragazzo, nella sinistra radicale.
Più lineare e drammatico il percorso di Manrico, da sempre a sinistra: finirà nel terrorismo rosso e verrà ucciso in uno scontro con la polizia.

Questa, in sintesi, la trama del film di Luchetti: in realtà, ciò che conta e cattura davvero in questa apparente epopea politico-familiare, non è tanto l’affresco di un’epoca o il conflitto, pure presente tra i due fratelli, quanto l’evoluzione psicologica e umana di Accio. Nonostante nella locandina campeggi, in alto, l’immagine di Scamarcio, il vero protagonista della pellicola è il personaggio affidato a Germano: Accio, a dispetto del nome, non è solo un ragazzo arrabbiato, goffo, attaccabrighe, ma anche, e soprattutto, un essere umano sincero, capace di grandi slanci, paradossalmente coerente, nella sua ingenuità. In definitiva, “Mio fratello è figlio unico” è una sorta di racconto di formazione che parte con i toni lievi e leggeri della commedia per assumere, strada facendo, consistenza e profondità. Determinante per l’esito positivo del film l’apporto degli attori, ai quali Luchetti ha chiesto di spogliarsi del mestiere per restituire la realtà dei personaggi: una menzione particolare va, naturalmente, a Germano, senza l’interpretazione del quale, Accio avrebbe rischiato di cadere nel clichè dell’estremista di destra.