Men

Una delle poche questioni “teoriche” di cui la critica si sta interessando recentemente è quella del cosiddetto “elevated horror”, ossia film che usano l’orrore come mezzo per veicolare visioni d’autore, per diffondere messaggi e, nel migliore dei casi, per sperimentare un po’ nell’uso della lingua del cinema (come se l’horror popolare non l’avesse mai fatto, ma è un altro discorso). Di sicuro è un etichetta produttiva prima che un moto estetico o espressivo, ma Men, il nuovo film diretto da Alex Garland, sembra lavorare per diventare una sorta di emblema del filone.

Prodotto da A24, la casa di produzione regina di questo tipo di horror “arty”, il film racconta di Harper (Jessie Buckley), una donna che decide di trascorrere un po’ di tempo in un cottage per riprendersi dal suicidio del marito. Il villaggio di Cotson però è abitato da soli uomini (tutti interpretati da Rory Kinnear, ora truccato, ora ritoccato digitalmente), sempre più invadenti e disturbanti, che sembrano voler rovinare il soggiorno della protagonista. Garland è anche autore della sceneggiatura di un film che sposta l’attenzione dalla fantascienza adulta e ambiziosa delle sue opere precedenti a un orrore apparentemente minimalista (due attori, pochissimi luoghi), che invece punta a dire molto.

Probabilmente troppo, visto che Men pare sacrificare tutto al suo messaggio, vale a dire la mascolinità tossica e i suoi effetti a lungo termine sulla psiche delle vittime, ma anche più esplicitamente l’impossibilità degli uomini di cambiare, essendo letteralmente tutti uguali, avendo una mentalità violenta che si rigenera e rinnova nel corso del tempo. Quello che però interessa a noi, in questa sede, è il modo in cui Garland costruisce la messinscena per veicolare quei messaggi: le immagini sono raffinatissime (il direttore della fotografia è Rob Hardy), i simbolismi si rincorrono in quasi ogni sequenza, la musica “alta” di Salisbury e Barrow cerca una dimensione sacrale, il silenzio e l’atmosfera rarefatta sono composti con certosina attenzione per dare subito l’impressione di un prodotto “di qualità”, che possa allontanarsi da un horror di consumo, cercando echi – ci si perdoni il termine – bergmaniani nello scavo intimo ed esistenziale.

E poi, c’è l’atteso shock finale, una sequenza in cui Garland affonda nel disgusto ben temperato, mostrando gli uomini del villaggio nell’atto di autoriprodursi: c’è anche un parto podalico dalla bocca (e parecchi dall’ano) che rimanda a Society, il film forse più bello di Brian Yuzna, uno che il prestigio e l’elevazione nell’orrore li ha portati senza bisogno di adulterare lo spirito del genere. Nell’orgia cannibalica e scatologica che chiudeva il suo film del 1988, il senso politico emergeva proprio dal suo sensazionalismo, dal suo rapporto diretto con lo spettatore e con le sue reazioni; Men invece sembra edificare un tempio hipster che tende costantemente all’astrazione e che, quando torna finalmente a confrontarsi con la carne, il corpo e la concretezza dell’uomo, si trova spaesato, limitato dal suo stesso discorso (chi è Harper? Che donna è? Esiste solo in quanto vittima?). Elevato e levigato, certo, ma dentro il sottogenere è una battuta d’arresto. [EMANUELE RAUCO]