Martin Eden

Con Martin Eden, ispirandosi liberamente al romanzo di Jack London, Pietro Marcello gira una favola senza tempo, ma che parla del nostro passato e del nostro presente.

“Come sogni che si accendono di luci, con i colori della memoria, tutta la memoria in un volto, che ci somiglia”. Con queste parole di Carlo Levi (dal saggio Un volto che ci somiglia. Ritratto dell’Italia, 1960, con cui lo scrittore e pittore accompagnava le foto in bianco e nero di Janos Reismann) si chiudevano le immagini di visi e rituali antichi di contadini de L’umile Italia, l’episodio diretto da Pietro Marcello (con Sara Fgaier) nel film collettivo 9×10 Novanta (2014) per i 90 anni dell’Istituto Luce, il più grande archivio della memoria del nostro Paese, non a caso voluto da subito da Benito Mussolini.
Con questo suo Martin Eden (in concorso a Venezia e già uscito in sala, designato ‘Film della Critica’ dai critici italiani dell’SNCCI) il regista di origini casertane (classe 1976) giunge a un punto di svolta della sua carriera, per ampiezza di risorse produttive e di durata narrativa a sua disposizione. Non tradisce però, per nostra fortuna, quello che chiama, e non da ora, il suo ‘mandato’ da regista (anche se, come Carlo Levi, voleva essere un pittore). Così, al flusso possente e mai tranquillo, del film (e per tutti i suoi 129 minuti, girati in Super 16) apporta il segno della sua visione etica ed estetica, ma anche politica, da sempre autonoma e originale, come pure frammenti del suo cinema passato, ovvero tutta l’esperienza accumulata che lo ha condotto a quest’opera più grande, imperfetta anche, ma sincera e appassionata come il suo autore.

Etica, estetica, politica, che si incarnano tutte nella Storia, la nostra del ‘900, secolo che dura ancora. Parla di noi dunque il Martin Eden di Pietro Marcello, anche se certo attingere assai liberamente (con il co-sceneggiatore Maurizio Braucci) a una ‘storia universale’ come il romanzo omonimo di Jack London (a sua volta ispirato alle teorie dell’evoluzionismo sociale del filosofo inglese Herbert Spencer) gli consente una maggiore libertà creativa, ma implica anche assumersi dei rischi. Libertà e rischi che rappresentano la ricerca stessa del protagonista, del suo riscatto individuale e sociale, ma che già il cinema di Marcello conosce bene, fedele all’invito di Bresson ‘a non avere modelli’. Dal 2003 Marcello ha infatti attraversato documento e finzione, generi e cifre stilistiche diversi, usato e intrecciato materiali disparati – gli archivi personali, il repertorio, le immagini ‘ritrovate’ del found footage, ecc. – seguendo quel ‘metodo archeologico’ di far cinema che ha sempre propugnato, per disseppellire, preservare e tramandare la ‘memoria dell’immagine’ (giusto titolo del prezioso cofanetto video edito dalla Cineteca di Bologna e curato da Emiliano Morreale nel 2017).
Come e più che in altri suoi film, e grazie al suo diverso respiro, qua Marcello fa della dialettica e del dialogo costante tra racconto e immagini d’archivio, un’unica narrazione, felicemente tessuta dal montaggio di Aline Hervé e Fabrizio Federico. Nel racconto si mescolano la lingua borghese e il dialetto del popolo, la musica classica e quella napoletana, Debussy e Teresa De Sio, mentre si confondono e sopravanzano a vicenda il tempo del film e quello nel film, il ‘900 che Martin Eden (l’ottimo, multiforme, Luca Marinelli) attraversa, modernamente ‘in soggettiva’, con i suoi dubbi, contraddizioni e tormenti interiori, esistenziali e ideologici. E se, come Deleuze aveva previsto e teorizzato, la forza del cinema, anche rispetto agli altri linguaggi e immaginari audiovisivi che da anni ormai lo assediano, sarebbe stata diventare ‘immagine-tempo’ – spezzando la linearità e ricreando un altro ‘senso’ del tempo – il film di Marcello segna una meta importante in questo percorso. Anche se poi le ellissi e le cesure temporali che punteggiano il film, assai ben maneggiate nella prima parte, verso la fine, quando finalmente il successo arriderà a Martin Eden, rendendolo, ormai preda dello ‘star system’, quasi ‘irriconoscibile’, appaiono un po’ brusche e spiazzanti.

Ma la prospettiva dell’autore, al pari del suo protagonista (alto e forte, istintivamente proiettato a difendere i più deboli, anche nel fisico, ma che però possono essere ricchi e dunque ben più potenti di lui, come dimostra l’episodio che fa da innesco alle vicende del libro e del film) resta comunque chiara. È quella dei marginali, dei dimenticati, degli ‘umili’ appunto. Le immagini di volti, vicoli, le abitazioni fatiscenti, i lunghi e pericolosi viaggi da emigranti, fanno da contrappunto e memento all’ostinata voglia di ascesa sociale del protagonista. Volti pieni di quella dignità che in primo luogo viene dal lavoro, ma ancor più dall’istruzione: il pane che ‘fa la scarpetta’ e può davvero assorbire, il ‘sugo’ della povertà, come spiega Martin in una divertente, memorabile scena del film.
A differenza di Martin Eden che scrive solo ‘storie tristi’, il film alterna infatti diversi registri, sempre assecondando gli sbalzi umorali e gli eccessi che caratterizzano la figura del protagonista, il suo inseguire a un tempo più strade, e in primis quelle, un po’ idealistiche, del successo letterario e dell’amore. Nell’attesa dovrà fronteggiare la solitudine e le necessità impellenti della sopravvivenza, ma non dimenticherà di ‘saldare i propri debiti’. Martin Eden finirà manipolato dalla ‘società dello spettacolo’ e deluso dal primo amore, ‘impossibile’, per la bella, colta, ricca ma fatalmente succube del suo ambiente Elena (Jessica Cressy, impeccabile), ma il corteggiamento tra i due ci avrà comunque regalato sequenze di rara bellezza ed emozione.
Ma chi è Martin Eden? ‘Martin Eden non esiste’, ‘non mi fregherete’ urla Luca Marinelli, pensando già alla tragica via d’uscita che gli aveva indicato il suo improbabile (come il suo nome, Russ Brissenden), ‘mentore’, un borghese ‘anarchico-individualista’ che però lo indirizza verso le teorie socialiste (Carlo Cecchi, con phisique du role). Forse questo Martin Eden è un novello Amleto alla ricerca del fantasma del padre o della patria (ormai senza padri), ‘bella e perduta’. Forse è un orfano (nel film vediamo solo la sorella a cui peraltro è molto legato) lasciato a bordo di una nave da cui però, a differenza del T.D. Lemon Novecento di Baricco, è fuggito per scoprire e aprirsi al mondo, cercando ‘il pane, ma anche le rose’.

Con questo grido, poco più di un secolo fa, in Inghilterra, le femministe socialiste scioperavano, mentre, proprio un secolo fa, nel 1919, il ‘Programma anarchico’ di Enrico Malatesta (le cui immagini di repertorio il regista ha voluto porre all’inizio del film come omaggio a uno dei referenti della tradizione del volontarismo etico e dell’ anarco-socialismo) reclamava ‘pane, libertà, amore, scienza, per tutti’. Il conflitto tra l’individuo e lo Stato che Spencer aveva profetizzato in suo saggio del 1884 sarà il fil rouge di ogni tragico conflitto e dittatura, nera o rossa, del XX secolo. Ma nella selva delle ideologie e dei loro nomi astratti , il valore della solidarietà era e resta una concreta differenza (il modello cooperativo piuttosto che quello collettivista, nella visione spenceriana). Nel finale del film intravediamo anche dei lavoratori stranieri, e sappiamo che solo l’’alleanza tra le minoranze’ (come notava tempo fa il politologo Alfio Mastropaolo) potrebbe invertire le derive contemporanee.
Per tutto questo, Pietro Marcello non poteva che ambientare Martin Eden, fiaba archetipica e sogno contemporaneo, a Napoli (ancora Napoli, qua a Venezia, dopo quella sospesa tra passato e futuro, di Martone), città di mare, che accoglie, per natura. Una Napoli che però è simbolo di tutte le città del mare e, in particolare, di questo Mediterraneo, mare di mezzo, che da sempre ‘unisce e non divide’, come ci ha ricordato di recente la scrittrice siciliana Evelina Santangelo.