Mai così vicini un film di

Verso la fine di giugno uno dei tanti burloni abbonati a bufale di questo tipo aveva creato una pagina Facebook in memoria del regista Rob Reiner diffondendo viralmente in giro per la rete una notizia che, pur nella sua assoluta infondatezza concreta, conteneva però un buona dose di veridicità a livello artistico. Ovvero la morte creativa di un autore che, in una lunga carriera con sedici titoli al proprio attivo (e punte del livello di Stand by me, La storia fantastica, Harry ti presento Sally, Misery non deve morire e Codice d’onore), negli ultimi quindici anni ha infilato un flop dietro l’altro senza mai riuscire a ritrovare quel tocco che ne avevano fatto uno dei più attenti interpreti USA tra ’80 e ’90.

Una tendenza questa confermata in pieno da Mai così vicini (sciatta proposta dei titolisti italiani là dove l’originale americano — And So It Goes —  faceva riferimento a una canzone di Billy Joel), rom-com per e con pantere grigie che cerca di riproporre stancamente le atmosfere frizzanti del cinema screwball degli anni ’40 (quello della commedia con scontro tra i sessi e salaci logomachie in punta di fioretto) mescolandone le oliate strutture e i contenuti di facile consumo a quelle del film da seconda opportunità della vita con ambizione di ritratto sociale di un’epoca e di una fetta di mondo.

Ma l’uomo che esordì come attore in TV (con il ruolo del genero di Arcibaldo e poi in More than Friends) e poi si impose come sceneggiatore (tra i suoi script anche l’episodio pilota della serie super cult Happy Days) prima di regalare al pubblico titoli destinati a durare nel tempio e già ricordati in precedenza sembra davvero aver perso lo smalto di un tempo, dimostrando di essere in grado solo di riproporre stanche variazioni sul tema di copioni già trasferiti con successo sul grande schermo.

In questo caso a fare da appoggio creativo è stato Harry ti presento Sally, forse il film in cui Reiner (per altro uomo–commedia quasi per predestinazione e per parentele acquisite essendo figlio del regista Carl Reiner ed ex–marito di Penny Marshall, a sua volta sorella del Garry di Pretty Woman) ha dato il meglio di sé senza per altro riuscire più a ritrovare quella verve persa per strada col passare degli anni.

Non a caso anche qui il gioco è tutto sullo scontro tra due personalità che, pur trovandosi agli antipodi per quanto riguarda il carattere e il modo di vedere la vita, finiscono col piacersi dopo esser passati per una lunga fase di schermaglie verbali e piccole scorrettezze reciproche che avrebbero dovuto essere il sale dello script. Un impianto questo che Reiner ha tentato di riproporre sovrapponendovi il tema ormai abusatissimo dell’amore canuto e quello dell’infanzia negata in un mix a metà tra il melodramma strappalacrime e il sentimentalismo senile.

Come se l’insieme un po’ posticcio di elementi non fosse già sufficiente a creare ridondanza di contenuti, Reiner (che si è anche ritagliato un ruolo grottesco di pianista con parrucchino) e lo sceneggiatore Mark Andrus hanno pensato bene di arricchire ulteriormente il menu già abbastanza in stile fusion innestandoci dentro elementi presi di peso da Qualcosa è cambiato, non a caso scritto dallo stesso Mark Andrus e incentrato su un burbero dispettoso (in quel caso era Jack Nicholson) incapace di sintonizzare le proprie idiosincrasie sui ritmi del prossimo.

Il personaggio di Michael Douglas somiglia infatti moltissimo proprio a quel bisbetico (in)domabile di quindici anni or sono. Specie nella prima parte del film quando il pubblico ne fa la conoscenza scoprendo a poco a poco che è un agente immobiliare irrancidito dal risentimento nei confronti della Vita che gli ha strappato l’adorata moglie lasciandogli in dote un figlio tossicodipendente col quale non ha rapporti da moltissimo tempo ma che un bel giorno ricompare sulla scena scaricandogli una nipote che lui non sa nemmeno di avere e che lo implora di occuparsene dovendo andare in galera per nove mesi.

Dramma familiare e tipica vicenda da scontro padri–figli? No, sarebbe troppo facile. Perché Oren Little, questo il nome del personaggio di Douglas, è proprietario di una bella casetta nella quale vive gomito a gomito con una graziosa coetanea, ugualmente piegata dalla vita che l’ha orbata prematuramente dell’adorato consorte e le ha regalato una vecchiaia poco piacevole di ex–attrice in cerca di una ripartenza come cantante di night club per pantere grigie. Con lei e col resto degli inquilini che gli pagano l’affitto sono scintille ogni giorno, anche se tutti sono pronti a scommettere alla fine della prima baruffa verbale che la supposta guerra finirà a tarallucci e vino oltre che sotto le lenzuola.

Il resto del film è infatti una lunga telefonata narrativa che in qualunque manuale per sceneggiatori esordienti sconsiglierebbero di proporre nel caso uno volesse vendere uno script. Tra luoghi comuni e ovvietà smerciate come se fossero snodi di classe nel procedere del racconto, il film zoppica stancamente verso il più scontato dei finali con la coppia di attempati vicini che trova la felicità a due smussando gli angoli delle proprie durezze ma anche riconquistando gli affetti perduti (per Little il rapporto col figliol prodigo fatto uscire di galera a suon di avvocati e una nuova disposizione verso il mondo) e incamminandosi verso una vecchiaia al riparo dai fantasmi della solitudine.

Francamente troppo poco per un film che avrebbe potuto essere qualcosa di molto diverso se solo Reiner e Andrus fossero riusciti a evitare le secche dell’ovvietà in cui sono invece precipitati sacrificando due stelle del livello di Diane Keaton e Michael Douglas (per cui il film ha anche un sapore amaramente autobiografico visto che ha da poco superato con successo i traumi di un cancro ma anche combattuto con la depressione della moglie e le disavventure del figlio Cameron, tossicodipendente finito in galera per spaccio di stupefacenti), qui costretti a scimmiottare se stessi ingabbiando il meglio del repertorio di una vita sul set in due fotocopie stantie di personaggi visti già così tante volte al cinema da essere ormai mere caricature.

Trama

Entrambi vedovi e diversissimi per caratteri, Oren e Leah sono due vicini di casa ormai avanti negli anni che, a seguito di una serie di coincidenze fortuite, hanno l’occasione di convertire un rapporto di spigoloso vicinato in una nuova occasione di vitalità sentimentale e di positivo atteggiamento nei confronti della vita.