Ma nuit

La vita di Marion, diciottenne parigina, cambia dopo la scomparsa improvvisa della sorella. In occasione dell’anniversario della sua morte, la mamma prepara una torta e invita alcuni amici, ma per Marion il tempo del ricordo si è offuscato e cerca di lasciarsi alle spalle il trauma immergendosi nelle vie parigine fino a notte inoltrata, circondandosi di amiche e sconosciuti, stordendosi in discoteca e filosofeggiando con un ragazzo incontrato per caso.

Intinto di poesia lunare, Ma Nuit di Antoinette Boulat, distribuito in Italia da No.Mad Entertainment, è il racconto intimo e delicato di una flâneuse che fugge da un trauma per rifugiarsi tra le vie e i locali di una città solitaria. Stretta nelle inquadrature che evidenziano le vibrazioni di un’adolescenza inquieta, l’esordiente Lou Lampros buca lo schermo, ci passa attraverso con lo sguardo, trattiene le immagini della città con la macchina fotografica, recita un componimento scritto per la sorella davanti alle amiche sul canale Saint-Martin e torna alla vita, finalmente, ritrovando se stessa.

La ragazza incrocia spesso lo sguardo dello spettatore o è pedinata, di spalle, nella classica prospettiva dei fratelli Dardenne dall’altra flâneuse che sta dietro la macchina da presa e filma la lezione filosofica di Emmanuel Lévinas, la sua “etica del giudizio”, che ci permette di scorgere un’epifania sociale nel volto degli altri, siano essi visi amici o inconnus incontrati per caso. Proprio dallo scambio con l’altro nasce l’anelito che produce il risveglio sentimentale, la capacità di riflettere sullo spaesamento e sull’alienazione dei corpi e delle anime senza mediazioni o filtri, perché ciò che accade in una notte è bloccato nel formato cinematografico, nell’occhio della macchina fotografica di Marion, negli occhi di chi accoglie lo sguardo degli altri, senza riserve.

L’alterità che produce consapevolezza, una lezione che ogni sovranismo dovrebbe apprendere per ritrovare un nuovo umanesimo che possa poi sfociare in una comunione d’intenti globale. Ma Nuit è poesia urbana, lucido disincanto, accettazione della propria e dell’altrui diversità in un’epoca che ha dimenticato il valore salvifico della condivisione e dello scambio vis-à-vis. [VINCENZO PALERMO]