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L’ultima missione un film di

ultima_missioneOlivier Marchal ha una biografia decisamente intrigante. Nato nel 1958, dalla metà degli anni ottanta opera come commissario della squadra antiterrorismo nel distretto di Versailles, nello stesso tempo studia recitazione ed esordisce, nel 1988, come attore, in Ne réveillez pas un flic qui dort (Non svegliate un poliziotto che dorme) di José Pinheiro, ma il successo arriva con le serie televisive Quai n°1 (Marciapiede numero 1, 1996) e Police District(Distretto di Polizia, 2000). Nel 2002 dirige il suo primo film, Gangster, cui fa seguito, nel 2004, uno dei titoli più interessanti realizzati dal cinema francese negli ultimi anni: 36 – Quai des Orfèvres. E’ ora la volta della sua terza fatica, ambientata, come le altre, nel mondo della polizia e, ugualmente, ispirata ad una storia realmente accaduta. Il titolo italiano, L’ultima missione, banalizza quello francese, il cui carattere un po’ misterioso, visto che si riferisce a Manurhin MR 73, uno dei tipi di pistola usati dalla polizia negli anni ’70, si plasma bene su una storia cupa, disperata, priva del pur minimo barlume di luce.

Louis Schneider è un poliziotto marsigliese che sta naufragando in un mare d’alcol, dopo che sua figlia è morta in un incidente d’auto e sua moglie ne è uscita gravemente invalida. L’unica cosa che lo tiene in vita è la caccia ad un ferocissimo serial killer specializzato nel massacro persone che hanno in casa un animale da compagnia. Negli stessi giorni Justine, una ragazza di 25 anni i cui genitori sono stati uccisi anni prima da un altro assassino seriale, ricorre al suo aiuto in quanto ha saputo che quell’omicida sta per essere rimesso in libertà per buona condotta. Sono due solitudini disperate che s’incrociano e, se la donna riuscirà ad uscire dal buio dando alla luce un bambino, per il poliziotto non ci sarà altra via d’uscita de non l’autoannientamento, ma non prima di essersi fatto giustizia da sé nei confronti di colleghi corrotti, ipochiti e politicanti. L’azione, contrariamente alla due opere precedenti, in questo caso ha uno spazio limitato, quasi inesistente e il fulcro del film ruota sulla disperazione del personaggio, sul suo volto scavato e decrepito, sugli ambienti sporchi e diruti in cui vive e si muove. Indubbiamente questa scelta, anche se non è esente da una certa dose di compiacimento, si insinua assai bene in quel filone noir che costituisce uno dei punti di forza, culturale e narrativa, del cinema francese. In definitiva un’opera a tratti sgradevole, non priva di inutili ridondanze, ma complessivamente molto interessante.

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