Loveless un film di

Leone d’oro a Venezia 2003 con il folgorante e acclamatissimo esordio de Il ritorno, non ostante una filmografia ridotta all’osso (quattro film in poco più di tre lustri di attività), il cinquantatreenne moscovita Andrey Zvyagintsev si è conquistato la patente di autore con la A maiuscola con un cinema per pochi che nel rigore drammaturgico, nell’introspezione psicologica dei personaggi e nella capacità di raccontare la complessità del reale sfruttando storie di gente comune ha trovato sin da subito le cifre del proprio successo. Una miscela di componenti questa che torna puntuale anche in Loveless, suo quinto lavoro da regista e sceneggiatore col quale all’ultima kermesse di Cannes ha conquistato all’unanimità la giuria aggiudicandosene il premio.

Si parte anche di qui da una vicenda esemplare di ordinaria quotidianità contemporanea: Boris e Zhenya, borghesi benestanti con figlio dodicenne che per entrambi sembra più una zavorra che un oggetto di affetti genitoriali, sono ormai al capolinea come coppia. Hanno già messo in vendita l’appartamento in cui vivono e ipotecato il futuro prossimo giocando d’anticipo sui tempi: lui si è messo con una ragazza di vent’anni più giovane che lo sta per rendere padre, mentre lei è riuscita ad arpionare un cinquantenne danaroso che le ha promesso di sposarla.

Il copione sembra già scritto. Una coppia scoppia? Poco male. Se ne costruiscono due nuove sulle macerie nemmeno troppo ingombranti di un divorzio imminente. Peccato però che, come spesso accade nella maggior parte delle separazioni dei giorni nostri a ogni latitudine, ad andarci di mezzo siano i figli. In questo caso l’incolpevole Alyosha, un ragazzino chiuso e introverso che vive la crisi dei genitori introiettandone la devastazione da essa causata fino a esplodere in due delle scene forse più strazianti dell’intero film.

Quando Alyosha scompare all’improvviso portando i due egoisti e anaffetivi genitori a prendere finalmente coscienza della propria colpevole indifferenza, tutto cambia in maniera drastica. E il film, che fino a quel punto sembrava un tributo al bergmaniano Scene da un matrimonio fatto con l’occhio rivolto a grandi maestri del calibro di Sokurov e Tarkovskij, si converte in thriller cupo e angoscioso con una quest nel gelo moscovita destinata a non avere esito alcuno. Se non la certificazione — a due anni dalla sparizione — del deserto che alberga nei cuori dei due protagonisti, traditi da un futuro che di fatto non esiste perché entrambi costretti ad ammettere di avere sbagliato scommessa sul domani puntando su partner che non possono regalare quella felicità che avevano capito di non poter avere vivendo insieme.

Muovendosi in una Mosca fredda e inospitale nella quale la moderna edilizia usa e getta dei giorni nostri fa da contraltare a vecchi palazzoni in rovina dell’era brezneviana e in cui tutti sembrano allineati all’egoismo solipsista che governa le menti nell’occidente civilizzato, Zvyagintsev sfrutta la storia di questa coppia in odore di progressivo scoppiamento come metafora per raccontare il presente di un intero paese (se non del mondo intero, volendo espandere le dimensioni della figura retorica a vera e propria imago mundi di questo nostro misero presente globale).

La Russia targata Putin esce da questo affresco a tinte cupissime come un paese dove nessuno vorrebbe andare a vivere. E non tanto per la rigidità di un inverno che anchilosa tutto in una morsa di gelo feroce, quanto piuttosto perché il freddo si annida nei cuori dei suoi abitanti, troppo impegnati a inseguire il sogno dell’affermazione individuale e della felicità possibile, ma incapaci di capire che l’aridità interiore che li attanaglia e la costante tendenza a rifuggire dalle proprie responsabilità di adulti sta soffocando ogni ipotesi di futuro a portata di tutti. Quel futuro che di fatto non esiste e che nel film è chiaramente rappresentato dalla scomparsa del piccolo Alyosha: ci si accorge di averlo avuto, un futuro, solo quando è ormai troppo tardi per poterlo riafferrare.

In questa terra che tanto ha dato alle lettere, alla musica e all’arte in genere, sembra che Zvyagintsev voglia dire che non c’è più spazio per una qualche forma di poesia del vivere. Il gelo che impera sovrano paralizza tutto e tutti. Compresa quella borghesia benestante che dovrebbe avere in mano le chiavi del benessere e che invece vaga schiava della propria aridità nel deserto gelato dell’inadeguatezza emotiva e sociale. Nemmeno la polizia si salva: di fronte alla sparizione di un ragazzino si dichiara impotente confermando così l’idea di una società disfunzionale in cui non vi è più nulla di affidabile.

Non è un caso che il solo elemento di calore in questo algido panorama di assenze diffuse a ogni livello sociale e antropologico sia rappresentato dalle squadre di volontari cui Boris viene invitato a rivolgersi dalla polizia stessa nella speranza di poter ritrovare il figlio svanito nel nulla. Quando lo Stato latita e non investe in welfare lasciando che l’economia sia un gioco d’azzardo in mano a pochi oligarchi invitati alla tavola dell’erede apocrifo degli zar (come sembra potersi dire della Russia di questi anni), tocca ai singoli sostituirvisi creando una rete di solidarietà capace di unire efficienza a umana comprensione.

Se poi dovesse esservi qualche dubbio, il titolo del film è da solo più di una dichiarazione di intenti a conferma di quanto detto: la mancanza di amore (tra i due genitori ma soprattutto nei confronti del figlio) può distruggere ogni cosa. E a nulla giova che i singoli inseguano le chimere di un’agognata libertà individuale rifuggendo dalle proprie responsabilità in una celebrazione acritica di egoismo compulsivo come fanno i protagonisti del film. Col divorzio visto alla stregua di una via d’uscita, entrambi credono di poter ritrovare l’amore perduto (o mai veramente provato). Ma nel finale si rendono conto di aver fatto male i conti: lui perde il lavoro e si trova insabbiato in una relazione incubotica, mentre lei scopre che l’amore sognato è invece solo una diversa declinazione di quella stessa indifferenza coniugale da cui aveva cercato di evadere.