Los nadie – SIC 2016 un film di

Rimasto per molto tempo nell’ombra rispetto alle altre cinematografie del continente sudamericano, il cinema colombiano è riuscito in tempi assai recenti ad affermarsi anche nei festival internazionali: pensiamo solo al doppio exploit a Cannes 2015 con l’affascinante El abrazo de la serpiente di Ciro Guerra (premiato alla Quinzaine) e all’intensa opera prima di César Acevedo, Un mondo fragile (La tierra y la sombra) che vi aveva riportato la “Camera d’Or”; ma anche la produzione documentaristica su temi sociali e politici ha conosciuto in questi ultimi anni un impetuoso sviluppo. Tutto il cinema nazionale ha poi e da tempo una prestigiosa vetrina mondiale  nel Festival di Cartagena che, nello scorzo marzo ha accolto l’anteprima di Los Nadie (The Nobodies; il titolo richiama una bellissima poesia dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, scomparso proprio l’anno scorso), adesso giunto in concorso anche per la 31ma edizione della SIC.

Sono peraltro tanti i  motivi per cui rallegrarsi della scelta: un regista di soli 27 anni, Juan Sebastian Mesa, fondatore di una casa di produzione indipendente, che dalle notizie apparse sulla stampa ha girato questo film, il suo primo lungometraggio dopo alcuni corti, “in appena sette giorni e con 2.000 dollari (sic)”. Un film che, grazie in primo luogo alla interpretazione dei suoi 5 giovani protagonisti,   è una ventata di energia e di freschezza, e in virtù del quale veniamo a contatto con un contesto urbano assai particolare come quello di Medellin (città natale e di formazione del regista), oltre lo stereotipo consolidato della violenza dei narcos. Scopriamo così un po’ più da vicino una città di due milioni e mezzo di abitanti, che dopo aver raggiunto nel 2002  il picco nel tasso di omicidi, è impegnata da allora in una difficile rinascita sociale e culturale, in un scenario che resta  certo  assai violento e complicato.

Los nadie, del resto, muovendosi sulla sempre più sottile linea tra documento e finzione,  rende assai bene questa transizione. I giovani protagonisti appartengono a classi sociali diverse (popolari e piccolo borghesi), ma sono uniti – oltre che dai simboli più esteriori e “globalizzati”,  i tatuaggi, il piercing, lo slang – dalla comune passione per la musica, ma non una musica qualunque: il rock anarco-punk autoctono (il punk-medalo), che secondo Mesa rappresenta tuttora un elemento centrale della vita culturale della città. Inoltre,  in diverse  scene  risuona fuori campo l’eco minacciosa di spari, sirene,  e in una sequenza il regista riesce a portarci, dal vero, nel  mezzo degli scontri con la polizia e delle proteste studentesche per la scomparsa di giovani attivisti detenuti illegalmente dalla polizia.

In un bianco e nero spesso opaco e quasi flou – scelto dal regista “per non distrarre l’attenzione dai protagonisti del film e per enfatizzare la noia della routine quotidiana e il loro desiderio di evasione – .Ana, Manu, Camilo detto “el Rata”, Mechas e Pipa,   condividono poi un sogno,  quello di viaggiare, di andare oltre quella  realtà in cui, nonostante la musica, sentono la loro espressività ingabbiata e controllata, sul piano familiare, sociale, politico, oltre che limitata dai frequenti coprifuochi. La loro è, in fondo, una sana e naturale ansia di conoscenza giovanile che li spinge, sulle orme di altri giovani prima di loro, verso  i miti ancestrali della loro cultura continentale, ad esempio verso le antiche e sacre montagne andine.

Il giovane regista, autore anche dello script (che attinge molto ad esperienze autobiografiche)  dimostra uno sguardo già maturo capace di cogliere, con distacco e senza morbosità  (spesso con inquadrature dall’alto e campi lunghi), i paesaggi di degrado delle favelas cittadine, ma anche una notevole capacità di controllo delle  dinamiche tra i cinque giovani, sia come singoli che come gruppo. Ha poi avuto il grande merito di scegliere un cast che fa la differenza, attori  (tutti non professionisti) scelti tra i suoi amici o per le facce “che esprimessero qualcosa di emozionante, senza bisogno di parole”. Il finale aperto del film li accompagnerà sulla soglia del viaggio. Dove, da esperti giocolieri di birilli (nel film ma anche nella vita) ai semafori della città, sapranno trovare il giusto tempo, per andare e forse per tornare domani, a rendere migliore quel loro mondo, come accade in tanti Sud del mondo, ma purtroppo non in tutti.

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