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Lo scafandro e la farfalla un film di

schnabel-lo_scafandro_e_la_farfallaTratto dal libro omonimo, Lo scafandro e la farfalla, il film del regista americano Julian Schnabelracconta la storia vera di Jean-Dominique Bauby, caporedattore della rivista Elle, ridotto, in seguito ad un ictus e a una rarissima sindrome, all’immobilità permanente e pressoché totale. Ricoverato in un ospedale, Jean-Dominique (Mathieu Amalric), pur essendo cosciente e lucido, comprende ben presto di non essere più in grado di comunicare con l’esterno e di essere, dunque, in balia degli altri. Superato lo choc iniziale, Bauby riesce, però, grazie all’aiuto di un gruppo di medici e di un’infermiera ortofonista, ad esprimersi sbattendo le ciglia. In questo modo, riesce persino a dettare la sua autobiografia che esce nel marzo 1997, dieci giorni prima della sua morte.

Si tratta, evidentemente, di una vicenda delicata, difficile da affrontare e che reca con sé, nell’essere portata sullo schermo, una serie di rischi, primo fra tutti il cadere nel facile patetismo. Schnabel, già abituato a misurarsi con destini umani drammatici ed eccezionali (il pittore Basquiat, nel film omonimo e lo scrittore omosessuale Reinaldo Arenas in Prima che sia notte), supera brillantemente anche questa prova e realizza un’opera originale, tutt’altro che scontata su temi scivolosi quali il mistero della malattia e del dolore, la grandezza della dignità umana, il significato della vita e della morte.

Riesce a far questo grazie ad una scelta radicale: far coincidere l’occhio dello spettatore con quello del protagonista. Per tutta la prima parte del film, il nostro sguardo si fonde con quello di Bauby: sentiamo parlare di lui ma non lo vediamo mai. In compenso, abbiamo di fronte a noi, proprio come lui, immagini distorte e sgranate, nonché nero totale, nel momento in cui sbatte le ciglia. Contemporaneamente, sentiamo i suoi pensieri, le sue recriminazioni, la sua impotenza attraverso l’utilizzo della voce fuori campo.
Strada facendo, Bauby scopre che, oltre la vista, gli sono rimaste altre due preziose facoltà: la memoria e l’immaginazione. A questo punto, il film procede accumulando, accanto alla routine quotidiana, ricordi del passato e fantasie di mondi possibili, assumendo, a tratti, un registro quasi visionario.
In definitiva, Schnabel riesce, con bravura e sensibilità, a sganciarsi da ogni clichè: il suo protagonista, disperatamente sarcastico e tutt’altro che rassegnato, conquista un meritato posto a se stante, fuori dall’abusato filone dei film strappalacrime su handicap e malattia.