Lincoln un film di

Steven Spielberg ha realizzato da par suo il classico film da Oscar bene oliato in tutte le sue parti che riesce a convincere i selezionatori. Non necessariamente questo vuole dire, però, che abbia girato un capolavoro. Intendiamoci, il prodotto è gradevole, ma non è certo geniale o entusiasmante.
La base per la sceneggiatura è l’attenta biografia redatta da Doris Kearns Goodwin, una storica che scrive con stile leggero e che ha già pubblicato libri su Lyndon Johnson, su Franklin ed Eleanor Roosevelt, il notissimo spaccato di costume americano “The Fitzgeralds and the Kennedys: An American Saga” oltreché approfondimenti sullo sport  più amato negli States, il baseball.

Lo sceneggiatore Tony Kushner, che aveva collaborato col regista per Munich, ha mantenuto la fluidità del libro ma ha anche inventato situazioni e battute, come l’intervento alla Camera di un rappresentante degli stati confederati segregazionisti, che afferma nell’impeto dialettico che “se libereremo gli schiavi, poi i neri pretenderanno il voto, e arriveranno a chiederlo anche le donne”. Del resto, il cinema è spettacolo e qualche piccolo ‘trucco’ è accettabile per rendere più interessanti momenti narrativi che potevano forse non essere particolarmente coinvolgenti per il pubblico.

La bravura di Spielberg sta nel dosaggio dei vari momenti e nella costruzione di una storia che funziona dal primo all’ultimo minuto. Sono perfetti i tempi dedicati a ognuna di queste parti grazie alla creazione di una struttura che è molto funzionale per fare vivere l’evolvere degli avvenimenti.

La moglie disposta sempre ad aiutarlo ma che non gli ha perdonato di non interrompere una festa mentre il figlio stava morendo; il primogenito con cui si scontra perché crede forse più del padre nei proclami di patriottismo e vuole entrare contro la volontà della madre nell’esercito; il minore che vive felicemente il suo ruolo di preferito dal genitore e che non si sente mai coinvolto negli affari di Stato, nella politica sporca in cui si comprano i voti degli avversari alla fine del loro mandato, ricompensandoli con posti di prestigio nella pubblica amministrazione.

Ma c’è anche lo splendido personaggio di Thaddeus Stevens, per trent’anni propugnatore dell’emendamento, che sa  essere meno focoso per ragioni di Stato e per vincere la sua battaglia che liberi dal giogo della schiavitù tutti i neri, compreso il suo grande amore di cui nessuno sospetta.

Non mancano un breve e azzeccato ritratto di Grant, la scena della resa di Lee girata in maniera da pacificare tutti gli spettatori statunitensi di ogni idea politica, un’immagine sconvolgente del campo di battaglia coperto di corpi in cui non si nota la differenza tra le divise.

La base di tutta la narrazione è, comunque, il Lincoln uomo. Ascolta tutti, non rimane chiuso nella Casa Bianca e si mescola al suo popolo, è un avvocato che divenuto Presidente per la seconda volta non si dimentica di cosa sia la giustizia unita all’umanità firmando grazie che salvano la vita a persone colpevoli solo di vigliaccheria, che per la paura di un momento sono condannate a morte. È amato quasi da tutti, ma ha il rispetto anche degli avversari.

Le musiche, mai invasive, sono state composte dal grande John Williams che ha vinto cinque volte il premio Oscar e ha scritto brani entrate nella conoscenza collettiva. Si è sempre occupato  delle colonne sonore dei film di Spielberg, salvo tre titoli: Duel, Ai confini della realtà e Il colore viola. Al volo, citiamo alcune delle sue creazioni più note: Superman, Jurassic Park, la saga di Indiana Jones (sue sono le musiche di tutti i titoli), e di Harry Potter (‘solo’ i primi tre film della serie). Questo artista ottantenne, che in pochi conoscono come volto o nome, ha realizzato anche JFK – Un caso ancora aperto, Memorie di una Geisha, Hook – Capitan Uncino, Amistad, Il patriota, tutta la saga de Lo squalo per arrivare ad oltre 100 colonne sonore composte anche per la televisione.

Il commento musicale è veramente perfetto. Eseguito dal “The Chicago Philharmonic” diretta da Riccardo Muti, avvolge, imprime vigore e dolcezza ai vari momenti del film. È  importante al pari della sceneggiatura, della fotografia e della regia. Praticamente, tutto il cast tecnico è con lui da sempre, permettendogli di trasmettere il suo pensiero, le sue idee, i suoi desideri registici senza inutili mediazioni. Tra loro, oltre a Williams, ricordiamo il direttore di fotografia Janusz Kaminski.

Le immagini tendono a un bianco e nero che si carica di tonalità particolarmente sature. La sua è una foto perfetta per gli interni che racconta con bravura. La ‘sua’ Casa Bianca è un luogo reso in maniera perfetta, con incredibile equilibrio tra fondali e primi piani. Detto questo, comunque, il film non ci riesce a entusiasmare. È tutto studiato a tavolino, risolto con bravura dai vari tecnici, ma questi elementi di eccellenza non sono sufficienti per dare vita ad un’opera memorabile.

Dietro la storia di Lincoln, amato presidente quasi come George Washington, c’è la rilettura di una realtà politica e sociale che bene si adatta ai giorni nostri; Spielberg sembra volere fare una denuncia sulla mancanza di veri politici, di autentici condottieri, di persone che credono in quello che fanno. Ma questo è più rimasto nei suoi propositi che in quanto detto dal film.
Candidati all’Oscar i tre attori principali.

Daniel Day-Lewis, seconda scelta dopo che Liam Neeson aveva rifiutato il ruolo, ha donato a Lincoln una interpretazione perfetta, è quasi un clone. Così facendo, attentissimo come è alle giuste pause, a camminare lievemente gobbo, a renderlo perfettamente in ogni tic, ha forse un po’ dimenticato l’anima del Presidente. E’ vero, è stato premiato col Golden Globe, ma non sempre i riconoscimenti vengono assegnati ai migliori.

Sally Field, secondo voci…di corridoio, è stata nominata perché era quasi un obbligo visto che aveva un ruolo chiave nel film statunitense produttivamente più importante del 2012. Ma la sua è una prova un po’ monocorde, poco convincente quando si altera col marito, ancora meno quando gioca il ruolo della brillante First Lady. A Tommy Lee Jones è stato affidato Thaddeus Stevens, l’anima del tredicesimo emendamento, colui il quale dedicò buona parte della sua vita per convincere anche i compagni di partito della necessità di questa svolta storica. Con la sua usuale bravura attraverso una recitazione capace di emozionare, ci racconta quest’uomo, ci fa capire quell’idea per cui si può combattere tutta la vita. A lui Spielberg ha anche voluto donare un finale quasi da thriller con un’immagine che fa comprendere vari momenti apparentemente senza troppa logica avvenuti nel corso del film; a nostro avviso del personaggio meglio disegnato, e, in assoluto, il meglio interpretato.

TRAMA

Gli ultimi quattro mesi della vita del sedicesimo presidente degli Stati Uniti cadenzati attraverso date importanti e momenti di intimità, tra scontri politici e il rapporto col figlio minore, la Guerra Civile e l’incontro con i cittadini, comportamenti non sempre legali e la vicinanza della moglie che lo ama ed odia. Il tutto per riuscire a fare approvare il tredicesimo emendamento della Costituzione in cui si abroga la schiavitù: l’inizio della storia di un paese che ha condizionato e condiziona il mondo intero.