L’illusionista un film di

Da circa 50 anni giaceva negli archivi del Centre National de la Cinématographie, catalogata sotto il nome di “Film Tati n°4”. Era la sceneggiatura de L’Illusionista, scritta tra il 1956 e il 1959,ovvero una sorta di lettera d’amore di un padre ad una figlia: da Jacquest Tati alla sua amata Sophie. Sylvain Chomet per il suo Appuntamento a Belleville (2003) contattò la Taticheff (vero cognome del regista) per utilizzare nel suo film un estratto di Giorno di Festa e fu proprio lei a parlargli del progetto paterno mai realizzato. Un incontro fortuito e fortunato che segnò la genesi de L’Illusionista, un’opera che Chomet ha voluto fortemente anche dopo la scomparsa della figlia del celeberrimo creatore di Monsieur Hulot, pochi mesi dopo il loro primo incontro.
Quasi a seguire un disegno arcano questa storia continuava, così, ad attraversare il tempo, perpetuando la sua favola: dalla straordinaria sensibilità di Tati al tocco delicato di Chomet che ha saputo raccontare, con la leggiadria di una fiaba, il toccante incontro tra l’anziano illusionista e la giovane Alice.
Entrambi abitanti di un universo personale, incomprensibile agli altri, i due si trovano l’un l’altra nel comune territorio della solitudine e della fantasia. Le “meraviglie” che lui estrae dal cilindro sono per lei la prova che i desideri possono realizzarsi e, come in un mutuo (e muto) accordo, questa bizzarra coppia decide di percorrere un pezzo di strada insieme verso un futuro che vedrà cambiare le sembianze del mondo.

Con il passare del tempo, sul palcoscenico l’illusionista resta sempre più fuori dal cerchio di luce di un sipario che si apre su musicisti scatenati e ballerine discinte e la sua arte magica pare, via via, spegnersi come un vecchio faro. Mentre Alice si avvia verso la sua vita di donna, il suo compagno d’avventure sembra rimanere un passo più indietro, con il fiato corto alle spalle di città e persone che si fanno sempre più sconosciute e lontane.
L’affetto tra i due, come quello che unisce un padre ed una figlia, non potrà impedire l’inevitabile distacco e Chomet, con il suo tratto lieve, ha saputo raccontare lo struggimento della perdita con la sensibilità di chi, raccontando una favola non sua, ne lascia intatto il nucleo emotivo. Le parole non sono che suoni pressochè indistinti ed è la musica a dare il ritmo alla narrazione, a scandirne i tempi, a misurarne i battiti.
Come di fronte ad una partitura, Chomet esegue e mette in scena una sinfonia di immagini che si fanno espressione di struggimento e di diletto, tra racconto fiabesco e cinema che si fa, qui, delizia.

Per concessione della testata giornalistica Cultframe – Arti Visive