L’età giovane

L’età giovane, nuovo film dei fratelli Dardenne, pur lontano dalla tensione narrativa ed emozionale di altre loro opere, conferma il rigore e la coerenza di un metodo di lavoro che da oltre quaranta anni caratterizza uno stile autoriale inimitabile.

Prima dei fratelli Dardenne il cinema europeo di questi ultimi anni, di finzione o documentario che sia, aveva affrontato in più occasioni il tema della radicalizzazione religiosa di matrice islamica di molti giovani e adolescenti nel Vecchio continente. Rispetto a un fenomeno che ha molte e diverse cause e che scatena conflitti e ambivalenze di natura sociale e psicologica sono gli sguardi delle registe donne ad aver mantenuto una maggiore lucidità, pensiamo a opere come Le ciel attendra della Mention-Schaar o a Ma fille Nora e La chambre vide di Jasna Krajinovic, regista di origini bosniache trapiantata in Belgio (non a caso, alcuni dei suoi lavori documentaristici erano stati prodotti dalla casa di produzione dei Dardenne).
Forse non ci si aspettava che anche Jean-Pierre e Luc Dardenne (classe 1951 e 1954 rispettivamente) si cimentassero con un tema così pieno di insidie, anche sul piano strettamente cinematografico, per questo undicesimo lungometraggio di una filmografia che – dopo l’apprendistato nel documentario, abbandonato già alla fine degli anni ’80 per raggiungere un pubblico più ampio e attingere a storie più universali – in trentadue anni li ha visti produrre, con un ritmo quasi ‘biologico’, praticamente un film ogni tre anni. Ma, che parli di lavoro nero o precario, di immigrazione clandestina o traffico di neonati, di criminalità organizzata o di bande giovanili, di emarginazione e solitudini metropolitane, come oggi di fondamentalismi religiosi, il loro cinema ha sempre evitato sociologismi e psicologismi. Per esprimere le idee usa più di tutto e in primo luogo la forza stessa del linguaggio e della ‘macchina’ cinematografici, ma senza mai tirarsi indietro dall’affrontare temi scabrosi (come hanno orgogliosamente raccontato a Milano nell’incontro dopo l’anteprima con il pubblico, dall’uscita del film in patria hanno partecipato a numerosi e tutt’altro che tranquilli dibattiti con studenti e professori, presso istituti dove gli studenti di religione islamica erano in netta maggioranza, attorno a questioni del tipo ‘è possibile accettare l’omicidio per motivi religiosi?’…).

È senz’altro vero che L’età giovane (titolo incolore rispetto alla precisa indicazione identitaria dell’originale, Le jeune Ahmed, che forse avrà preoccupato i distributori italiani, attenti all’aria che tira) non è il film più riuscito dei registi e sceneggiatori belgi (sebbene abbia ottenuto il premio della regia a Cannes, del resto i due sono habitué della Croisette, dove hanno vinto ben due Palme d’oro, con Rosetta nel 1999 e L’enfant nel 2005). Soprattutto, è questo il film dove i due rischiano di offrire allo spettatore situazioni un po’ stereotipate o di sviluppare poco alcuni personaggi. Questi limiti (o, se si vuole, difetti) dell’opera, non pregiudicano però, a nostro avviso, il risultato complessivo e il fatto che anche questo film conferma, senza alcuna concessione, quel loro consueto e sperimentato ‘metodo’ che ha finito poi per identificare uno stile autoriale ben preciso. Anche in questo caso, è occorsa una lunga gestazione per ricerca e documentazione (con consulenza di esperti vari, qua anche per la dovuta attenzione alla messa in scena dei rituali religiosi), la scrittura e le riscritture, le prove (prima, come sempre, tra i due fratelli armati di una camera leggera impegnati nelle ripetizioni dell’intero film), il casting, il dialogo con gli attori (nel film, peraltro, non appare nessuno dei loro interpreti ‘storici’ come Olivier Gourmet, Jeremie Renier, Fabrizio Rongione), spesso non professionisti, notoriamente trattati, e da contratto, alla pari di vedettes come Cécile de France e Marion Cotillard, infine le riprese vere e proprie.
Anche L’età giovane ci consegna quel filo rosso narrativo ed emozionale del loro cinema: l’assenza (o la ‘presenza-assenza’) dei padri (e delle madri), da cui la ricerca di figure genitoriali sostitutive da parte dei figli, sempre pìù lasciati da soli, influenzabili e manipolabili dal mondo esterno (tra sfruttamento lavorativo e ideologico). È questa precarietà e fragilità esistenziale e sociale, questa mancanza di dialogo e confronto che inizia già nella famiglia, il brodo di coltura, come le cronache dimostrano, in cui tanti giovani finiscono per cercare, spesso a partire dal mondo autoreferenziale del web, falsi profeti e spacciatori di verità presenti in forze al gran mercato delle ideologie politiche o dei ‘valori religiosi’. L’imam di quartiere che ha attirato nella rete dell’indottrinamento anche il giovane Ahmed è in tutta evidenza il padre (sbagliato) che il giovane non ha conosciuto (a casa, peraltro, la madre beve, anche se non è nelle condizioni di quella di Rosetta, e il figlio, ma solo in nome dei precetti morali, la fustiga per questo senza pietà).

Il personaggio di Ahmed (Idir Ben Addi) si aggiunge così alla folta schiera di giovani protagonisti del cinema dei Dardenne, chiusi e ostinati nel loro cammino solitario. “All’inizio pensavamo a un ragazzo piu’ grande ma alla fine abbia scelto lui perché era proprio in quel confine incerto tra l’infanzia e l’adolescenza”. La soglia esistenziale in cui si trova il ragazzo spiega l’irrequietezza del suo corpo ancora acerbo e sgraziato, ma anche l’imprevedibilità del movimento, tra momenti di calma, rituale come per le preghiere o solo apparente, e gli scarti e detour improvvisi, che tradiscono l’ossessione del giovane per la sua ‘missione’ e la consapevolezza, forse inconscia, della strada senza ritorno intrapresa, della cesura irreversibile con il mondo dell’infanzia e delle relazioni con gli altri. Tutto questo, ancora una volta, si rivela coerente e funzionale all’uso che i registi fanno della mdp che cerca, correndo o zigzagando, salendo e scendendo scale a perdifiato, di inseguire Ahmed, e con lui la realtà, ma è in ritardo, così come, nel loro cinema, è sempre in ritardo lo sguardo di noi spettatori. In questo caso, però, l’espediente, tipicamente dardenniano, della semisoggettiva che inquadra il giovane alle sue spalle mantenendosi a una certa distanza, piuttosto che ad accrescere l’identificazione con il protagonista, serve a marcare lo spazio della nostra resistenza, istintiva e culturale, ad accettarne la pulsione di morte, il suo piano insensato prima ancora che criminale.
Lo spettatore incontra il giovane ormai già radicalizzato, all’inizio del film, lo vede fuggire dal doposcuola, senza stringere la mano alla sua insegnante, perché ‘non si stringe la mano a una donna’. È questa la prima, ma in fondo la principale proibizione – che racchiude un duplice tabù – di cui Ahmed è messaggero: la divisione tra i sessi e quell’interdetto del contatto corporeo – che tornerà in diversi momenti chiave del racconto – per evitare ogni contaminazione e impurità. È il sogno ossessivo di una ‘purezza’ fisica, insieme a quella morale, che, a ben riflettere, non è un’esclusiva dei fondamentalisti islamici.

Tutto passa attraverso il corpo nel film e la distanza è in primo luogo quella tra il mondo astratto delle ideologie e dei comandamenti che categorizzano uomini e cose e il mondo pulsante delle emozioni e degli esseri viventi. Quando viene rinchiuso nel centro di rieducazione (che i Dardenne riconoscono di avere un po’ idealizzato) e avviato al lavoro presso una fattoria vicina, a contatto con una vera famiglia e con gli animali, Ahmed inizierà a riscoprirà le sensazioni che la corazza che lo costringe gli aveva impedito di provare. Nella fattoria incontrerà anche la giovane Louise (Victoria Bluck), la quale, con la tenacia che solo le donne innamorate possiedono, riuscirà a incrinare quella la corazza, a stargli vicino, persino a farlo sorridere…ma solo per un breve attimo.
Come in altre occasioni, e rispetto ai tanti possibili finali, la ‘svolta’ (le retournement) che chiude il film ne illumina, retrospettivamente, il senso. Solo il corpo poteva tradire il giovane Ahmed, farlo tornare, sia pure drammaticamente, a una età più giovane e spensierata, a quella richiesta sincera di un perdono incondizionato che è propria dell’infanzia. Ma che richiede, dall’altra parte, la capacità di perdonare. Una richiesta di aiuto, di una relazione, di una via d’uscita, per ricominciare. Per riaffermare la vita, contro la morte, che poi è da sempre l’ossessione principale del cinema dei Dardenne.