Le parole di mio padre un film di

“… O resterai più semplicemente/ dove un attimo vale un altro/ senza chiederti come mai,/ continuerai a farti scegliere/ o finalmente sceglierai.” Questi bei versi, tratti da una canzone di Fabrizio de Andrè, dipingono perfettamente la situazione esistenziale del protagonista del film di Francesca Comencini, liberamente ispirato a due capitoli de La coscienza di Zeno di Italo Svevo.
Dopo la morte del padre, Zeno si trova di fronte alla scelta decisiva: deve capire che fare di sé e della propria esistenza. Jean- Paul Sartre, ne Les mots, scriveva che ciascuno di noi ha un posto nella vita e che tale collocazione non dipende, come si potrebbe pensare, dalla condizione sociale: è, invece, l’infanzia vissuta ad attribuire ad ognuno un ruolo difficilmente ricusabile. I personaggi del film di Francesca Comencini sembrano essere la dimostrazione vivente di ciò: Zeno e le figlie di Malfenti sono così invischiati in rapporti parentali conflittuali da non riuscire a sviluppare una personalità autonoma e una conseguente vita adulta.

Il povero Zeno paga a caro prezzo il mancato riconoscimento da parte del padre: nonostante la sua età, egli continua, infatti, a sentirsi, e a comportarsi, come un bambino da punire perché non all’altezza delle aspettative altrui.
In assenza del genitore, egli è costretto, dal suo passato, a mendicare l’approvazione di un sostituto genitoriale costituito da Malfenti. Non avendo sviluppato fiducia in se stesso e nelle proprie possibilità, Zeno non trova altra soluzione che vestire panni altrui: si riduce, persino, a chiedere alla piccola di casa Malfenti cosa debba indossare per la festa in maschera.
Il mancato consolidamento di sé e della propria immagine, oltre che, naturalmente, l’elaborazione del lutto, spinge il ragazzo ad identificarsi con il padre (Ho il corpo di un vecchio- dice ad Augusta) e con ogni altra figura che incarni l’Autorità.
Si pensi a come, dopo l’incontro con il tutore zoppicante, lui stesso, analogamente a Zeligdi Woody Allen
, cominci a fare altrettanto. Anche Alberta, una delle figlie di Malfenti, soffre dello stesso male di Zeno: ricerca spasmodicamente l’appoggio del padre e si sente, per questo, in concorrenza con la sorella Ada.
Quest’ultima, a sua volta, è vittima delle richieste paterne: teme di dover essere sempre perfetta, di non potersi permettere di sbagliare e, riportando tutto ciò nel rapporto con ogni uomo, Zeno compreso, non può fare a meno di fuggire. Persino la timida Augusta sente, ad un certo punto, il bisogno di esistere e di affermare i propri diritti di donna rispetto alle ingombranti sorelle. La sequenza-chiave del film è, allora, quella in cui Alberta spiega a Zeno che, quando si guarda attraverso l’obiettivo per fotografare qualcuno, non si vede mai il volto di chi si ha davanti, ma sempre quello di qualcun altro.

In altre parole, ciascuno, nella relazione con l’Altro, ricerca sempre ciò che è mancato, a suo tempo, nell’interazione con i genitori. Francesca Comencini si confronta, dunque, con un tema difficile e ambizioso, riuscendo, sostanzialmente, a far arrivare allo spettatore una “morale” non da poco: è necessario, nonostante la sofferenza e le difficoltà, costruire dei rapporti umani autentici, che non siano la ri-proposizione della “carneficina familiare” originaria.