le nostre battaglie recensione

Le nostre battaglie

È nelle sale Le nostre battaglie, seconda regia di Guillaume Senez; il cineasta belga torna a ragionare sul rapporto tra genitori e figli, e sulla disgregazione famigliare.

Nel suo secondo lungometraggio, il quarantenne belga Guillaume Senez continua ad interessarsi della genitorialità, dando in entrambi i suoi lavori particolare visibilità al ruolo di padre. In Keeper (2015), vincitore al Torino Film Festival quale migliore lungometraggio e mai distribuito in Italia, si occupava di due adolescenti che decidono di tenere il bimbo frutto del loro amore affrontando i giudizi e i mille problemi che da questa scelta nascono.
Con Le nostre battaglie tre anni dopo propone le difficoltà di un uomo che, abbandonato senza preavviso dalla moglie, si trova ad essere responsabile unico della gestione dei due figli senza sapere neppure da che parte iniziare. Senez racconta e mai giudica, con la macchina da presa segue i movimenti degli attori senza mai incombere su di loro, crede nel valore di creare i dialoghi durante le riprese responsabilizzando gli interpreti nella costruzione dei personaggi. Il suo metodo è quello di scrivere le battute senza farle leggere a chi le dovrà recitare: devono scoprirle e renderle proprie attraverso gli incontri col regista e gli altri interpreti.

Il suo è un accompagnamento all’interno della vicenda, è la voglia di creare qualcosa di assolutamente credibile, non recitato ma vissuto in prima persona da ognuno di loro.
La scelta è coraggiosa e, a tratti, rischia di essere controproducente anche perché alcune scene, anche bene realizzate, possono essere troppo lunghe, o non completamente sviluppate o scarsamente utili per l’economia del prodotto finale. Senez ha inserito nella storia parte del suo vissuto, con esperienze che possono fare interpretare in maniera autobiografica il soggetto. Mentre stava girando Keeper si era lasciato con la compagna e madre dei suoi figli: da questo era nata la sua capacità di vederli con occhio differente, di capire quali fossero le loro esigenze mentre scopriva che di loro sapeva davvero ben poco. Metabolizzata questa esperienza, ha subito iniziato a pensare di portarla sullo schermo sia per neutralizzare i suoi fantasmi che per tentare di aiutare chi si fosse trovato in questa situazione.
Nel film racconta la vita di Olivier nella sua quotidianità fatta di lavoro, di impegno sindacale, di famiglia. Lo sviluppo del personaggio gli permette di parlare anche delle nuove catene di montaggio dove non si assemblano macchinari o quant’altro, ma in cui bisogna imballare e preparare in pochissimo tempo pacchi per spedire la merce comperata via Internet.

Ed allora, in questo Tempi moderni dei giorni nostri gli operai hanno solo cambiato il prodotto ma non i sistemi: bisogna essere sempre più veloci, non sbagliare mai se no il contratto non viene rinnovato. C’è un insieme di persone che vivono nel terrore di essere mandati via e di non potere fare fronte ai propri impegni con la famiglia e con i loro creditori. Personaggio simbolo, che vediamo all’inizio del film, è un cinquantunenne (Senez identifica i maggiori rischi per chi deve ancora lavorare tanti anni e non è più giovane) che non regge alla notizia di avere perso il posto di lavoro.
Olivier è un personaggio positivo per i suoi ideali ma incapace di essere veramente utile, soprattutto a se stesso e ai figli. Sbaglia molto anche nei rapporti coi superiori ma soprattutto con i suoi cari, a partire dalla moglie di cui non capisce i sacrifici – lavora anche come commessa in negozio di abbigliamento – per donare a lui serenità, seguire la casa e i figli ottenendo sempre scarse soddisfazioni. Forse il personaggio meno riuscito è proprio quello della donna: nei primi venti minuti si comporta sempre in maniera perfetta, è mamma presente e rassicurante nonché moglie che mai si lamenta: si immagina subito che questa vita apparentemente senza momenti tristi nasconda una realtà ben diversa.

Il marito è turbato per la sua fuga – da una cartolina inviata ai figli scoprono che è tornata nella cittadina dove è nata – che lo giustificherebbe psicologicamente se fosse per stare assieme ad un altro uomo di cui si fosse invaghita, ma non è così. Lei fugge da una esistenza divenuta insopportabile e ingestibile pur amando profondamente i figli e, probabilmente, anche il consorte. Tutto questo accade nei primi venti minuti, subito dopo ogni cosa ruota attorno a Olivier, ai suoi dubbi, all’incapacità di pensare che la moglie, forse, non ritornerà più. Ben disegnati molti dei personaggi di contorno come un amico poliziotto che cerca di aiutarlo anche ad accettare una realtà che lui non vede, la sorella attrice da performance che riesce in parte a sostituire nel cuore dei bambini la figura della madre, la sindacalista che forse è innamorata di lui, la psicologa che cerca di aiutare a ricostruire una famiglia.
Molto riuscita la maturazione del figlio maggiore, un ragazzino di nove anni, da bambino viziato a fratello sempre presente con la sorellina e, a tratti, padre del suo genitore. Il finale apre una speranza per una vita nuova, pur non rinnegando il passato e, anzi, sperando che il futuro non sia altro che il ritorno alla esistenza che hanno perso. Bravo e credibile Romain Duris, di buon livello tutti gli altri.

Guillaume Senez non realizza un’opera entusiasmante, ma firma un film di buon interesse che è portatore di temi anche di impegno sociale bene inseriti nella sceneggiatura, senza mai perdere l’attenzione dello spettatore. Lo fa con immagini curate, con dialoghi efficaci e con poco utilizzo della colonna musicale per non distorcere l’attenzione del pubblico: l’unico brano proposto è Le paradis blanc di Michel Berger su cui si sviluppa un ballo.