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Le morti di Ian Stone un film di

piana-le_morti_di_ian_stoneLa storia creativa di Dario Piana è abbastanza interessante. Ha studiato all’Accademia di Brera a Milano, ha fatto il disegnatore di fumetti ed ha realizzato centinaia di spot e campagne pubblicitarie. Per quel che riguarda il cinema e la televisione: sette copioni scritti e la regia nel 1988 di un film modesto: Sotto il vestito niente 2.
Ora è approdato sui grandi schermi italiani con quella che a tutti gli effetti è la sua opera seconda cinematografica (di produzione inglese): Le morti di Ian Stone. Titolo decisamente suggestivo che una volta tanto rispetta in pieno quello internazionale: The Deaths of Ian Stone.
La trama ha dei tratti inquietanti e capaci di generare nello spettatore attese, curiosità e tensione. Si tratta di una struttura narrativa di una certa complessità, basata sulla concatenazione di situazioni che prendono spunto ogni volta da un nuovo risveglio del personaggio principale. Ad ogni passaggio di questo tipo, il racconto cambia prospettiva pur mantenendo alcuni elementi ritornanti fondamentali che forniscono al racconto un’evidente chiave enigmatica.
Per circa trenta minuti, il film si evolve attraverso questo meccanismo che apparentemente conduce la riflessione critica verso un’interpretazione di tipo quasi surrealista (ricordate il sogno nel sogno de Il Fascino discreto della borghesia di Luis Buñuel?). Non è escluso che almeno inizialmente questo ingombrante punto di riferimento abbia avuto un suo ruolo decisivo. Il discorso espressivo cambia nella seconda sezione del racconto quando, il lungometraggio di Dario Piana prende un sentiero diverso più vicino all’horror demoniaco che al thriller psicologico.

Senza alcun dubbio, l’aspetto più significativo de Le morti di Ian Stone è quello visuale/formale. D’altra parte, Piana dopo una lunghissima militanza nel cinema pubblicitario ha acquisito una mano registica di assoluta qualità: nitida, efficace, precisa. Si percepisce perfettamente come l’autore padroneggi il linguaggio audiovisivo soprattutto in funzione comunicativa. Le morti di Ian Stone coinvolge pienamente lo spettatore per quel mix di metafore a sfondo sessuale sessuali (anche molto evidenti) e di ritmo convulso, intrecciato ed estremamente sintetico, del racconto, fattori che inevitabilmente fanno pensare al mondo espressivo della pubblicità. In un genere ormai costruito su clichè decisamente prevedibili, il tocco di Dario Piana si fa sentire (anche se si annusa anche un’aria da Matrix). Si avverte una forte sicurezza dietro la macchina da presa, la capacità di comunicare in modo pregnante anche attraverso una sola inquadratura, una capacità di sintesi (come già detto) rara in ambiente puramente cinematografico.
Ciò che lascia a desiderare è invece una sceneggiatura piena di falle e di approssimazioni che evidentemente aveva essenzialmente il ruolo di traccia per le idee del regista. Il finale è però positivo poiché la questione della confusione tra bene e del male risulta centrale e lascia il fruitore in uno stato di forte inquietudine.