Le meraviglie un film di

Gelsomina (Alexandra Lungu) vive in campagna, in un vecchio casolare quasi fuori dal tempo, con il padre Wolfgang (Sam Louwyck), un apicoltore burbero e chiuso in sé, la madre Angelica (una dimessa, gentile Alba Rohrwacher), stanca e provata ma sempre paziente e amorevole, e tre sorelle: Marinella, affettuosa e pigra, e le piccole Luna e Caterina. Vive con loro anche la tedesca Cocò, amica di famiglia, bizzarra e un po’ naïve.

Essendo la maggiore, sebbene appena adolescente, Gelsomina lavora già a fianco del padre: recupera gli sciami fuggiti, controlla le arnie, si occupa del laboratorio dove si fa il miele. Silenziosa, attenta, seria, ha con le api una sintonia tutta particolare.

La quotidianità monotona dell’estate soleggiata è interrotta dall’arrivo di una troupe televisiva che propone un concorso a premi per i migliori prodotti tipici locali. Gelsomina resta incantata di fronte alla presentatrice Milly Catena, una “fata” dai capelli candidi come la neve (Monica Bellucci, molto a suo agio con questo travestimento kitsh e sopra le righe), epifania magica e fiabesca quasi come il bianco sceicco di Fellini. La ragazzina vuole partecipare al concorso ad ogni costo, ma il padre – diffidente verso qualsiasi novità – non ne vuole sapere.

Preoccupato per il troppo lavoro che c’è da affrontare ogni giorno, Wolfgang nel frattempo ha deciso di prendere con sé un ragazzino tedesco con qualche precedente penale che deve seguire un programma di reinserimento, nella convinzione che possa rendersi utile più delle figlie femmine. Ma Martin, nel quale l’uomo proietta il malcelato desiderio di un figlio maschio mai avuto, è sfuggente e intimorito, e apre la bocca solo per fischiare (benissimo), senza tuttavia pronunciare mai neppure una parola.

Quella di Gelsomina è, per certi versi, una famiglia anarchica e libera, dove ogni originalità è concessa (perfino un cammello in giardino), soprattutto se a volerlo è Wolfgang, tutto preso nell’utopia di preservare il suo piccolo eden dalle “invasioni” esterne (la televisione e i turisti, ma anche i diserbanti che avvelenano la campagna). Di contro, Gelsomina è quasi un capofamiglia, che da una parte rispetta le regole ferree imposte da un padre troppo rigido (guai a far cadere una goccia di miele fuori dal secchio) e dall’altra si vede costretta a imporre queste regole alle sorelle, perché su di lei pesano responsabilità e incombenze troppo grandi.

Schiacciata tra il senso del dovere e la voglia di fuga ed evasione, tra la volontà di compiacere il padre e quella di affermare se stessa, la protagonista attraversa un momento cruciale e delicato di metamorfosi: con l’infanzia non ancora alle spalle, è già proiettata verso un mondo nuovo e sconosciuto – quello al di là della campagna dove i suoi genitori si sono “rifugiati” – che la incuriosisce e la attira a sé.

Vincitore del Grand Prix a Cannes, questo secondo lungometraggio della Rohrwacher è un piccolo gioiello, raro e prezioso. Dominato da un senso di spontaneità particolare (cosa purtroppo infrequente nel cinema italiano di oggi spesso rigido, finto, artificioso), rivela un tatto, un’abilità e un’attenzione nella descrizione dell’infanzia e dell’adolescenza che davvero pochi registi possiedono. Le piccole protagoniste del film sono spiate da una macchina da presa invisibile mentre saltano nelle pozzanghere, tormentano giocosamente le api, “bevono” un raggio di luce gialla che filtra tra le assi di legno, o ballano e cantano, non viste, nella penombra del fienile.

Molta di questa speciale naturalezza di cui il film è imbevuto passa attraverso l’uso del linguaggio: il dialetto, il tedesco, il francese e soprattutto le buffe parole di Wolfgang, sempre teso nello sforzo di esprimersi in una lingua (l’italiano) che non gli appartiene, rabbiosamente e solipsisticamente chiuso in quella che la regista ha definito una “prigione linguistica”.

Molti sono insomma i temi che il film mette in campo e combina in un eccellente equilibrio: la famiglia e soprattutto il rapporto padre-figlia (carico di inevitabili tensioni); la bellezza di una campagna ancora quasi incontaminata ma minacciata da ogni parte, con tutto il fascino di un mondo che “sta per finire” (come afferma Wolfgang); la televisione, qui agli albori di quella decadenza etico-morale che ha sdoganato l’ignoranza e il ridicolo soprattutto attraverso i più beceri reality show; e soprattutto l’adolescenza, con tutto lo strascico di complicazioni, dubbi, curiosità e desideri che porta con sé, peraltro già raccontata nel precedente film Corpo Celeste, apprezzato esordio della regista.

La Rohrwacher si muove con passi lievi e perfetti in un territorio che conosce bene (come la protagonista del film è cresciuta in campagna con un padre apicoltore, di origine straniera) e compone una poesia minimalista fatta di immagini e suoni, dove la realtà non appare mai violata e la finzione quasi non si avverte come tale. «L’incompiutezza e la casualità dolce del cinema»[1] (prendiamo in prestito un’evocativa definizione di Enrico Ghezzi) sono tutti qui, ne Le meraviglie.


[1] Enrico Ghezzi, Le metamorfosi di Nanni in Paura e desideriocose (mai) viste, Bombiani, Bologna, 2008, pag. 403