le invasioni barbariche

Le invasioni barbariche un film di

le invasioni barbaricheA tutti sarà capitato di andare ad assistere a un film con amici e poi scambiare le ‘proprie impressioni’, dove ciò che risulta descritto non è tanto il film, quanto noi. (Paesaggi dell’anima, Umberto Galimberti). Bene, è prendendo il la dalle parole di uno dei maggiori filosofi (pensatori!) italiani che si dipana la presente riflessione – appunto filosofica – sull’ultimo film di Denys Arcand.

…perché la chiave di lettura di questo film poteva essere semplicemente romantica (ai limiti del favolistico): un figlio ritrova il rapporto perduto col padre quando questi sta ormai per morire; l’ex moglie non lo abbandona mai e ne sopporta ben volentieri le amanti – proprio il caso di dirlo – persino sul letto di morte (vd. la vistosa biondona in rosso in ospedale); ci si disintossica col metadone nonostante le vicinissime tentazioni; i burberi trapassano con un sereno sorriso; gli amici cominciano a preoccuparsi di ciò che recita il trailer: “amicizia, famiglia, scoprire ciò che conta realmente”, etc.
…perché, in termini psicologici, si sarebbe potuto insistere su quella che Freud chiamava l’“ambivalenza emotiva” ove “l’impulso affettuoso e quello ostile verso il padre continuano a sussistere l’uno accanto all’altro, spesso per tutta la vita, senza che l’uno possa eliminare l’altro” (come quando Louise racconta al figlio le cure paterne da lui ignorate), ossia puntando su quel conflitto edipico forse risolto nell’abbraccio finale dei due e nell’augurio fatto da Remy a Sebastien di poter avere un figlio in gamba come lui.
…perché non è lontana neppure l’ottica prettamente culturale in un lavoro cinematografico che affida i sogni erotici di un moribondo alla gonna leggermente levata di una Ines Orsini-S.Maria Goretti (“Cielo sulla palude” di Augusto Genina); dove il massimo rimpianto del morente è di non aver scritto “Arcipelago Gulag” e la sua alcova (che brulica dei libri citati) viene data in custodia alla sua Caronte-correttrice di bozze.

…perché tutto può altrimenti essere inserito in una prospettiva politica: dai trascorsi di Remy da comunista della media borghesia impegnato nell’accoglienza di un’affascinante archeologa cinese ai tempi della rivoluzione culturale; ai discorsi dei compagni sugli “Usa guidati da un presidente semianalfabeta”; dal servizio televisivo sull’11 settembre di New York commentato come “attacco al cuore dell’Impero” al modo di affrontare il tema della corruzione (vd. alcuni sindacalisti), della sanità pubblica (vd. il rifiuto di Remy al trasferimento in un ospedale privato americano), della libertà di “cure” (vd. eroina invece della morfina), dello spaccio di droga (vd. il discorso del poliziotto in automobile con Sébastien), dell’eutanasia (vd. i ringraziamenti di Remy all’angelo della morte) e cosi via.
…perché era più semplice intender con sarcasmo questa “commedia umana” in cui la morte è affrontata in “pompa magna” (per chi ricorda le boccaccesche battute dei vecchi amici riuniti attorno al falò), rispolverando l’arguta leggerezza di dialoghi come quello iniziale ex moglie-infermiera (“Le pesa molto avere suo marito in ospedale?”; “Sono quindici anni che l’ho scaraventato fuori di casa, che sia qui o nel suo appartamento a saltare addosso a qualche studentessa, non è che mi cambi molto”) o battute sdrammatizzanti come quella del padre al figlio, al ritorno dalle cure: “Lo conosci il proverbio?! A Natale il positrone, a Pasqua la tumulazione!”.
…perché questo discorso portato avanti per immagini poteva venire inteso in modo storico, tenendo a base la rilettura della nostra (in)civiltà fatta dal professore pensionato Remy alla sua piacente e cortese infermiera (gradevole la ricerca affettiva, prima ancora che carnale, nell’addio tra i due) e di qui tracciando assieme al regista la storiografia de’ Il declino dell’impero americano, in evidente e catastrofica soluzione di continuità rispetto all’omonimo film del 1987 (stessi attori, stessi personaggi, rivisitati una buona manciata di anni dopo).
…ma solo se ci si avvicina a questo film con gli strumenti della filosofia si colgono significati inauditi. Innanzitutto, acquista una sua ben definita direzione il dubbio lasciato irrisolto dalla pellicola precedente in cui ci si chiede se “l’esasperata caccia alla felicità personale, non sarà l’inizio del declino dell’impero americano?”, in queste frasi prese a prestito sempre da Umberto Galimberti: “Negli anni Ottanta i movimenti radicali, pacifisti, femministi, omosessuali, esaurita la spinta propulsiva per aver raggiunto gli scopi proposti, si dimostrano incapaci di gestire positivamente gli spazi acquisiti, per cui il passaggio dalla cultura della repressione a quella della liberazione rimane inconcluso, con conseguente abbandono dell’individuo a se stesso, in un contesto privo di valori condivisi e di referenti sociali significativi, con in campo solo un desiderio irrelato che scambia per libertà quello che invece è lo spaesamento di chi si muove in un contesto senza nessun orizzonte.” (op.cit.) E in effetti è proprio così che i protagonisti de’ Le invasioni barbariche (con tanto di gay e femministe), schiacciati al muro/ricordo della casa sul lago, ripensano ai loro “ismi” collettivi perduti.

La condivisione del bello e i piaceri della vita li hanno uniti poiché, come insegna Platone nel Fedone, “chi non da peso alle delizie di cui è canale il corpo, ha una specie di tendenza verso la morte”. Ora per Remy non c’è più posto per il buon vino e la buona tavola (unico pianto degli amici alla sua alzata di calice senza bevuta), né per i piaceri del sesso cui non s’era mai sottratto prima (la sua lista di desiderabili attrici è finita). Ciò che ora lo lega a questa terra, come osserva il suo giovane angelo, non è tanto la difficoltà a distaccarsi dalla sua vita presente, quanto dalla sua vita passata. “Ma ormai è ora di partire: io verso la morte, voi verso la vita. Chi di noi cammini a una meta superiore, è buio per chiunque: non per il mio dio.” (Apologia di Socrate, Platone).
Al pari di Socrate, anche Remy va quindi incontro alla morte con il suo phàrmakon, salutato dagli amici con “parole d’augurio buono” (op.cit.), quei sorrisi di cui vuol goder l’ultimo soffio (come quello della figlia a mare aperto). Anche se, commenta Fedone, “alla fine mi coprii la faccia, e piansi per me stesso: non per lui, ma per la cosa che mi capitava, dell’essere derubato dell’intimità con lui!”.
…perché questo rimane… (anche del film!): “La morte è tragica perché fa implodere tutto il senso costruito da una biografia che in quel senso ha trovato la descrizione di sé, la sua identità, il suo nome. Per questo sulle tombe accanto al nome e alle date c’è una frase che detta la pietrificazione del senso. Ma il senso non si lascia riassumere né dire concisamente sulla pietra, perché il senso è apertura totale, alimentato dal desiderio infinito di cui i mortali soffrono.” (op.cit., Galimberti).