le grand bal recensione

Le Grand bal

Con Le Grand Bal la regista francese Laetitia Carton firma un inno senza tempo alla magia del ballo e all’armonia di anime e corpi nella diversità. In sala.

“È un film sulla gioia e la gentilezza del vivere, cose che non vanno molto di moda oggi, ma delle quali c’è grande bisogno”. Lo dice, a ragione, Laetitia Carton (nata a Vichy nel 1974, studi di Belle Arti e poi di cinema a Lione e a Lussas) a proposito de Le Grand bal, il suo quarto lungometraggio documentario. Dopo l’anteprima al Festival di Cannes del 2018 e una candidatura ai César è di sicuro questa l’opera destinata a farla conoscere, e non solo in patria, a un pubblico più ampio, trainato dal tam-tam di una comunità eterogenea ma in crescita come quella degli amanti del bal trad. È quanto si annuncia infatti anche in Italia dove il film esce in diverse città, grandi e piccole, a partire dal 2 maggio, grazie a due realtà milanesi: la distribuzione indipendente di Barz and Hippo e il festival Folkambreus (proprio a Milano, l’anteprima sarà accompagnata da una serie di eventi collaterali, come stage di danza e concerti con Gérard Godon, uno dei musicisti protagonisti del film).

Come per i suoi precedenti documentari, la regista sceglie un soggetto che la tocca in prima persona, sentendo l’urgenza di condividerlo con gli altri: una malattia genetica che colpisce da tempo la sua famiglia (La Pieuvre, 2009), l’amicizia per l’illustratore francese Edmond Baudoin (Edmond, un portrait de Baudoin, 2014) o quella per un suo amico sordo tragicamente scomparso (J’avancerai vers toi avec les yeux d’un sourd, 2015). Amante sin dall’infanzia delle danze e musiche folk, Laetitia Carton decide dunque nel 2015 di fare un film su ‘Le Grand Bal de l’Europe’, un festival che si svolge da quasi 30 anni a Gennetines (nell’Allier, alta Alvernia) e di cui è assidua frequentatrice. Filmmaker sensibile al dolore e alla diversità e a un tempo a quella joie de vivre (un approccio etico e tematico che evoca il cinema di Nicolas Philibert), sa che la base del suo lavoro è la fiducia. Insieme alla produzione lancia da subito una campagna di comunicazione per spiegare con trasparenza il senso del suo progetto (e, parallelamente, un crowdfunding che sarà molto partecipato). Alla fine, dei circa 2500 partecipanti all’evento solo 11 rifiuteranno di farsi riprendere; tutti gli altri, ballerini e musicisti, doneranno liberamente la loro intimità alla macchina da presa per tutti gli otto giorni e sette notti del festival.

Immerso nella campagna, il sito del festival ci appare come un microcosmo contemporaneo, caotico e caleidoscopico, anzi un vero e proprio laboratorio sociale, perché, come ricorda la Carton, “c’è bisogno di relazione e di legami collettivi”. Quando scende la sera, gli otto enormi tendoni che ospitano i concerti (e durante il giorno gli stage) si accendono di luci e di musica. Inquadrati in lontananza, in campo lunghissimo, sono oasi brulicanti di una umanità che non conosce barriere quanto a età, sesso, background sociale e che proprio della diversità e dell’informalità (a cominciare dall’abbigliamento) si nutre. Due equipe molto leggere, una di giorno, l’altra di notte, riprendono il festival in tutta la sua durata (saranno oltre 200 ore di girato da cui la regista, nel montaggio avvolgente e temporalmente lineare di Rodolphe Molla riesce, compito certo non facile, a estrarre l’essenziale). L’esplorazione senza sosta immerge totalmente lo spettatore nel contesto, ma è l’intima coerenza tra intenzione e azione filmica che capta e restituisce, dal set allo schermo, le emozioni e le energie, anche quelle più sottili e impalpabili: è la magia inesplicabile del cinema che si sprigiona in tutta la sua potenza e stupisce tutti (a cominciare da chi lo fa).
Un’auto avanza, ondeggiando su strade tortuose, attraverso un paesaggio invernale, mentre la voce fuori campo della regista rievoca il suo primo ballo da ragazzina, il ricordo indelebile di una esperienza in cui ‘il tempo non esiste più’. È l’incipit del film, un breve prologo straniante che ne rivela il dispositivo stilistico e narrativo, sospeso tra velocità e lentezza. Il tempo di uno stacco ed è arrivata l’estate, siamo già a Gennetines, la musica e i musicisti irrompono sur scène con i loro strumenti antichi -organetti, fisarmoniche, ghironde, violini, ma anche la voce sola. È il tempo delle danze, travolgenti come polke e scottish, congo e limousine, romantiche e sensuali come valzer e mazurke francesi, socializzanti e immancabili ai concerti come i circoli circassi e le chapelloise.

Le Grand Bal racconta in primo luogo le emozioni del corpo nella danza, che resta l’oggetto centrale del discorso: gli sguardi e i gesti, che al di qua della tecnica, sono gesti essenzialmente umani, ma spesso anche archetipici, attraversando le epoche e le culture. Vediamo frammenti di danze di tante province, della Francia certo, ma anche del mondo, greche, israeliane, basche, e c’è anche la nostra pizzica salentina. La regista ci spiega la sua predilezione per quelle che hanno uno spessore storico e radici profonde nei territori; possono saltare le generazioni, come per la bourrée a 3 tempi (la vediamo in rari filmati d’archivio ballata vigorosamente solo dagli uomini anziani nei villaggi), oggi prepotentemente riscoperta e rivisitata dalle giovani generazioni.
Due forze opposte ma complementari innervano la trama del film e guidano i passi dei ballerini: una, centripeta, li attrae verso il cuore pulsante della pista (“volevo filmare il vortice della danza”); l’altra, centrifuga, li spinge verso il bordo (il punto di vista preferito dalla regista, insieme al sottopalco, da dove emana l’energia dei musicisti), a uscire fuori, a indugiare nell’ambiente. Sono i momenti di pausa e di respiro profondo del film: i riti quotidiani del campeggio, i panni stesi al vento, la voce off della Carton (ma sempre presente nel flusso diegetico del film) che ci offre sue riflessioni e ricordi oppure prende in prestito altre voci e testimonianze, che parlano anche delle difficoltà del ballo.

In piani ravvicinati incontriamo anche le persone, in stato di riposo, sedute su sedie o divani, o sdraiate sull’erba, provate dall’afa e dalla fatica crescente: giovani, adulti, anziani che raramente guardando in macchina, spesso timidi e assorti, raccontano di sé proprio attraverso il rapporto, anche conflittuale, con il ballo. E, se il personale è anche politico, come si sarebbe detto un tempo, il ballo diventa la cartina di tornasole di altre questioni sociali, come quelle di genere, che più di altre risuonano (per fortuna le confidenze si tingono quasi sempre di ironia ed umorismo). Del resto, la danza ci pone continuamente di fronte ai nostri timori e desideri, e ai nostri limiti, alla necessità di accettarli ma anche alla sfida per superarli: ‘ballare è anche rischiare’, mettere in gioco il proprio ego e le immagini pre-costituite di noi stessi. Proprio come nella vita, in quel fantastico “tourbillon de la vie”.
Danze di coppia, di piccolo o di grande gruppo. A differenza di altri balli, magari più passionali ma anche più autoreferenziali, il bal folk consente il più ampio ventaglio relazionale, fondato, beninteso, sulla propria identità e postura. “Volevo filmare un corpo collettivo, composto da una moltitudine di singolarità… Andare dall’intimo all’universale, e dal singolare al collettivo”. Nel mostrare la continua ricerca di armonia e di integrazione tra quest’altra decisiva polarità, il film vince a pieno la sua sfida più grande, componendo un prezioso saggio poetico e anche politico. No, ‘non siamo isolati’, di fronte all’incombere crescente della solitudine, e la danza resta un efficace antidoto. A muoverci è sempre il desiderio, quel ‘desiderio imperioso di contatto’, che però non è (o è solo in parte) desiderio sessuale, quanto piuttosto desiderio di connessione e condivisione, reale e non virtuale. Di questa ricerca, di quel desiderio, restano nella memoria immagini e sequenze memorabili (compresa, nel sottofinale, una inaspettata incursione nel mondo della musica d’autore francese) che lasciamo allo spettatore scoprire.

Assai distante dal filone (anche commerciale) dei film che parlano di quest’arte umana primordiale, a esergo de Le Grand bal potrebbe campeggiare quel monito (o esortazione) “Dansez, dansez, sinon nous sommes perdus” che una zingara greca affidò un giorno a Pina Bausch, il cui genio e umanità ci piace qui ricordare, a poche settimane dal decennale della sua scomparsa.