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Lars e una ragazza tutta sua un film di

lars-e una ragazza tutta sua_imgLars e una ragazza tutta sua (Lars and the Real Girl), opera prima del regista televisivo Craig Gillespie, ha molte caratteristiche in comune con il cosiddetto cinema americano stile Sundance Film Festival. E’ un modo di raccontare che predilige il minimalismo, ama le venature che rasentano il surreale ed è stilisticamente segnato da un linguaggio semplice, quasi elementare che ha forti debiti con la comunicazione televisiva. Il film conferma tutte queste caratteristiche e lo fa con una storia che unisce, appunto, realismo e surrealismo.
Lars Lindstrom vive nella campagna del Wisconsin, è un giovane solitario che abita un garage, male adattato ad abitazione, vicino alla casa in cui vivono suo fratello con la moglie, che sta per avere un bambino. Lei è particolarmente preoccupata per la misoginia del cognato che, un giorno, annuncia di voler presentare loro la fidanzata.

La gioia e il senso di liberazione durano appena un attimo e svaniscono alla scoperta che la nuova compagna altro non è se non una bambola di plastica, dalle dimensioni di una vera ragazza, che Lars tratta come una persona in carne ed ossa. Passata la prima sorpresa, sarà l’intero villaggio, dal prete alla psicologa, ad accettare la nuova venuta e a comportarsi come se la relazione fra l’uomo e il manichino sia la cosa più naturale del mondo. Alla fine sarà lo stesso protagonista a decretare la morte della compagna di plastica, la cui salma sarà inumata con un funerale in piena regola. Una cerimonia irreale che, forse, segnerà la fine dell’ossessione e il passaggio ad una vita normale. Gli spunti sono o potrebbero essere davvero molti, dalla critica alla mercificazione dell’esistenza, alla denuncia della solitudine, sino all’esaltazione dello spirito di gruppo di cui la piccola comunità da prova. L’uso del condizionale è giustificato dal mancato approfondimento di ciascuno di questi percorsi, accontentandosi la regia di accenni frumentari e sfuggenti, con il risultato di dilatare un’intuizione felice senza fornirne alcuna ragione o consentirne lo sviluppo.

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