L’arbitro un film di

L’arbitro ha inaugurato a Venezia le Giornate degli Autori con buon successo soprattutto di pubblico. Paolo Zucca per la sua opera prima è andato sul sicuro sviluppando l’omonimo cortometraggio, vincitore nel 2009 del David di Donatello e del Premio Speciale della Giuria a Clermont-Ferrand, il più importante festival del cortometraggio in Europa.

Bianco e nero in ambedue i casi, forse più interessante il corto in cui un budget inesistente aveva costretto il quarantunenne autore a inventarsi inquadrature più originali per ovviare alla mancanza di location e per l’utilizzo di apparecchiature di ripresa meno sofisticate di quelle ora a sua disposizione. Una per tutte, quando i tifosi inferociti guardano verso l’obiettivo riempiendo coi loro volti furibondi, scena che nel film attuale è sostituita da una più semplice e meno efficace inquadratura del gruppo sullo sfondo del campo di calcio.

La scelta di mantenere come direttore della fotografia Patrizio Patrizi ha comunque permesso un’ulteriore coesione stilistica e narrativa tra i due lavori.
Partiamo proprio dalle immagini, in un espressivo bianco e nero basato su dialoghi e inquadrature che ricordano nello sviluppo visivo il Cinico TV di Ciprì e Maresco con un uso deformante delle immagini ma usate unicamente per disegnare un approfondito e credibile ritratto di una Sardegna che viene raccontata come un’isola dura, selvaggia e piena di segreti difficile da penetrare. Documenta situazioni credibili nei contenuti e nello sviluppo narrativo attraverso l’arma del grottesco.

Il titolo potrebbe ingannare poiché, pur essendo uno dei personaggi principali, l’arbitro è solo parte di una storia fatta di faide, di violenza, di sopraffazione sociale e morale. È  importante il continuo scontro tra il proprietario terriero, giocatore e sponsor del Montecrasto, con i suoi contadini trattati come servi che giocano nel Atletico Pabarile; la squadra del ricco latifondista è sempre tra le prime della terza categoria, l’altra da sempre ultima.

Questo ironizzare sul mondo del calcio, cruccio e delizia di milioni di tifosi, è particolarmente riuscita e vuole dimostrare che non esiste luogo o categoria in cui questa malattia non crei dissapori anche drammatici. Zucca, coadiuvato dalla co-sceneggiatrice Barbara Alberti, all’interno della squadra degli eterni perdenti ha inserito le maggiori varianti e l’appoggio per lo sviluppo di una love story inesistente nel corto.

L’allenatore non vedente, interpretato con grottesca bravura da Benito Urgu, con un’umanità che ha il suo coronamento nella scena finale e mai raccontato con pietismo, è il personaggio che più ci è piaciuto per l’illogicità apparente ma per la credibilità di situazioni all’estremo che nei campionati dilettantistici potrebbero accadere. A lui la sceneggiatura ha regalato alcune delle scene più belle, quali ad esempio le lezioni di tattica.

Urgu è un artista a 360 gradi che nella vita ha fatto proprio tutto, dal cantante di buon successo al cabarettista, dall’intrattenitore in feste di piazza al perfetto complice di Chiambretti in Prove tecniche di trasmissione, dall’attore al tuttofare nel circo Armando dove ha trascorso vari anni della sua vita dopo essere scappato di casa a diciotto anni; lui considera questa esperienza come la sua università dove ha imparato tutto sulla comicità.

Altro personaggio non presente nel corto la figlia Geppi Cucciari, donna risoluta che gestisce il bazar del paesino e che è single forse convinta. A lei fa la corte il giocatore proveniente dall’Argentina, figlio di un emigrante morto oltreoceano che non è riuscito a fare fortuna, che sa giocare al calcio. La Cucciari non riesce a dare spessore al personaggio, riducendolo a una macchietta di innamorata ritrosa che accetta di frequentare questo suo ex compagno di gioco della lontana infanzia per garantire che il giovane faccia vincere la squadra. Nulla aggiunge a quanto scritto, sembra non credere proprio a quanto dice e fa. Proprio questa love story è la parte più banalizzante del film e toglie interesse a tutto il resto sicuramente meglio riuscito.

Jacopo Cullin, attore qui alla sua prima prova importante, vive in maniera perfetta il suo ruolo di emarginato andato lontano assieme alla famiglia sempre irrisa dai compaesani e tornato con le pive nel sacco. Ma per lui tutto cambia in meglio perché sa giocare al calcio e questo lo trasforma in un eroe. Qui Zucca crea una vera denuncia sul mondo del calcio o genericamente dello sport e dello spettacolo in cui tutto è possibile, dove un giorno sei un eroe ed il successivo un mediocre che cade nel dimenticatoio. Rischia di avere contro la maggioranza degli italiani, ma lo fa con bravura e grande delicatezza tanto da tingere dei toni della commedia un tema sicuramente serio e drammatico.

È meno a suo agio come innamorato della sua ex fidanzatina delle elementari, ma attraverso un gioco espressivo di buon valore riesce a superare anche questo impasse.
Stefano Accorsi è il protagonista della storia che per gran parte del film è completamente indipendente dall’altra. Principe del fischietto incorruttibile, per ottenere di dirigere finale della Coppa Europea scivola sulla melliflua richiesta del selezionatore degli arbitri Marco Messeri che lo consiglia di aiutare nazionale blasonata a superare il Belgio senza rendersi conto che si è fatto corrompere per di più ricevendo del denaro che lui non voleva. Da qui un processo e la destituzione e relativa condanna ad arbitrare in Sardegna nel campionato di terza categoria.

Perfetto quando gestisce il momento di grande successo professionale con scene ben congegnate in cui appare come un matador nella plaza de toros, un ballerino classico che si irrigidisce alla fine di una coreografia in posizioni statuarie, nettamente poco credibile quando giunge in Sardegna e deve arbitrare la partita tra l’Atletico Pabarile ed il Montecrasto. I passi di danza, da lui ottimamente interpretati e perfettamente resi dalle immagini di Patrizio Patrizi    , sono stati creati da Anna Redi artista con esperienza anche di coach nel cinema come per Giovanna Mezzogiorno per il film Vincere (2008).

Altro personaggio nuovo è l’arbitro Mureno, nome di riferimento in Sardegna nel mondo dei fischietto, interpretato con la solita bravura da Francesco Pannofino, che per amicizia con vecchio commilitone allenatore del Montecrasto arbitra in maniera criminale una partita per fare perdere l’Atletico Pabarile. E’ una scena da autentico solista dove, senza un grande aiuto da parte dello script, riesce a rendere in maniera grottesca il peggio del calcio.

Il cinquantaseienne Franco Fais interpreta sia nel corto che nel film lo stesso personaggio, il numero sei che perpetra la tragica faida familiare anche durante gli ultimi minuti della partita, sul campo, davanti a tutti. Mimo di grande bravura, da anni si dedica alla ricerca coinvolgendo in progetti artistici bambini, girando corti, realizzando spettacoli. Il suo sguardo, duro e determinato, non ha bisogno di parole per essere inteso. La colonna sonora comprende anche la bellissima Vivere di Cesare Andrea Bixio in due differenti versioni, la prima, quella originale, perfetta per fornire maggiore vigore all’allenamento collegiale in stile fascista fatta dagli arbitri.

Nel complesso, un film molto interessante, ma alcune scene interpretate anche da attori non professionisti più che spontaneità denotano un certo disagio. A questo, come dicevamo, si aggiunge la superflua love story.
Il film è una coproduzione con l’Argentina dove in parte è stata realizzata la post produzione. Oltreché in Barbagia, il film è stato girato anche in Puglia.