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L’amico di famiglia un film di

amico-di-famiglia-sorrentinoEsiste una possibile equazione e dunque una simmetria tra le prime due opere di Mario Martone (“Morte di un matematico napoletano” e “L’amore molesto”) e le ultime due di Paolo Sorrentino(“Le conseguenze dell’amore” e “L’amico di famiglia”), entrambi registi napoletani. Ed è proprio questo loro appartenere all’anima e alla cultura napoletana a determinare talune scelte stilistiche. Nel caso di Martone, innanzitutto, la rappresentazione della città partenopea (ossia del corpus urbis) e dei suoi personaggi (dramatis personae). Dalla Napoli intellettuale del matematico Cacioppoli, con gli scorci eleganti di Pizzofalcone e di pochi altri esterni di rilievo si passa repentinamente a quella caotica, densa, oscura di due figure femminili, madre e figlia, assolutamente speculari e di quella maschile dell’infido Capua, più vicina certamente al senso della carne e del sangue. Rosso è anche il colore del vestito indossato della protagonista che nella quasi totale identificazione con la madre, diviene l’oggetto scatenante dell’eros (che è anche della città), e della memoria di esso.

Quanto al più giovane Sorrentino, parliamo di due opere di ambientazione diversa rispetto a quella napoletana, tuttavia riconducibile alla duplice cifra stilistica del corpo e dell’anima. In altre parole, la concentrazione formale sulle dinamiche dei vuoti e dei pieni, sul procedere dunque per sottrazione fino ad una possibile narrazione depurata di “Le conseguenze dell’amore”, cede il passo (per una sorta di gioco di varianti sul medesimo tema della trasmigrazione del potere) ad una narrazione che procede per accumulo di elementi e di personaggi secondari, con una densità statico descrittiva più che squisitamente narrativa.
In L’amico di famiglia, infatti, il regista abbandona solo apparentemente la scrittura stilizzata e geometrica del film precedente per addentrarsi nei meandri malsani della vita quotidiana e della mente di un usuraio dell’Agro Pontino la cui grandezza come personaggio è direttamente proporzionale alla somma di miserie morali e materiali di cui egli è artefice e interprete (come peraltro avviene con il personaggio del contabile prestato alla camorra).
E Sorrentino lo dipinge calandolo quasi sempre in una luce chiaroscurale, fedele alla lezione dei maestri del barocco napoletano. Attorno a sé gravita un mondo volutamente scorciato, che pochi tratti descrittivi qualificano come privo di un’anima, incline dunque all’acquiescenza, all’assenza di senso morale (che non risparmia nemmeno i personaggi femminili come appunto la bellissima miss Agropontino) e alla corruzione. E così l’usuraio troneggia in una sorta di cupa e malefica grandezza. Qualcuno dirà: c’è pure altro nel mondo di oggi. Noi saremmo tentati di aggiungervi un punto interrogativo. Ma non si pensi tuttavia ad una sorta di frattura stilistica tra le due opere, o come qualcuno ha recentemente affermato, ad un tradimento rispetto ala “purezza” linguistica del celebrato Le conseguenze dell’amore. In realtà, se si osserva con attenzione quest’ultima prova, non è difficile ritrovare almeno due costanti stilistiche identificabili in un uso simbolico delle simmetrie ottenute dalla giustapposizione di alcuni elementi architettonici presenti nel paesaggio urbano e altresì nello sguardo a distanza, talora freddo e disincantato, col quale viene osservata la realtà.