La pazza gioia un film di

La pazza gioia è la voglia di fuga e ribellione alle regole, l’allegria insensata che usiamo per reagire al dolore. E’ fare un gesto pazzo, rubare una macchina, citofonare e scappare. Ha a che fare con l’adolescenza ma ci appartiene e speriamo non ci abbandoni mai. Così Micaela Ramazzotti ha spiegato il titolo del film di Paolo Virzì, scritto con Francesca Archibugi, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes: un road movie incentrato su due personaggi femminili opposti, socialmente e psicologicamente.

Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi) è una giovane signora alto-borghese, estroversa, giudicante, incontenibile e, a suo modo, simpatica; Donatella Morelli (la stessa Ramazzotti), invece, è una ragazza di modeste origini, cupa e depressa, con la grazia di un animale ferito. Le due si incontrano e fanno amicizia in una comunità terapeutica, nel cuore della campagna toscana, dalla quale decidono, ad un certo punto, di fuggire.

La fuga dalla casa di cura riporta le protagoniste del film negli ambienti familiari da cui sono scappate e permette allo spettatore di insinuarsi, progressivamente, nelle loro vite, fino a comprendere l’origine dei rispettivi malesseri. L’euforia di Beatrice e la tristezza di Donatella sono due facce di una stessa medaglia: entrambe assolutizzano l’Altro (“Tu per me sei luna e stelle, tu per me sei sole e cielo, tu per me sei tutto quanto, tutto quanto voglio avere!”), compagno o figlio che sia, e sono incapaci di elaborare una separazione e un conseguente sviluppo della propria identità.

Ciò detto, Virzì non intende consegnarci un trattato di psichiatria per immagini: il film consente di riflettere anche su dinamiche psicologiche fondamentali ma è – come è giusto che sia – un’opera che si inserisce a pieno diritto nel solco della cosiddetta commedia all’italiana. Beatrice Morandini Valdirana e Donatella Morelli somigliano, non poco, al logorroico Bruno Cortona (Gassman) e al timido studente Roberto (Trintignant) de Il sorpasso (1962) di Risi: costituiscono, in fondo, la versione femminile e aggiornata dello stesso duetto.

Con una differenza profonda che porta ad esiti diversi: quello di Cortona è un vitalismo senza sbocchi mentre per il personaggio di Valeria Bruni Tedeschi è più corretto parlare di vitalità, intesa come sensibilità psichica e capacità di investimento. In altri termini, le numerose delusioni ed umiliazioni subite non hanno annullato in Beatrice Morandini Valdirana la curiosità e la spinta verso la realtà umana esterna. E’ questo interesse, autentico e sincero, ad intaccare la sospettosità difensiva di Donatella e permettere alle due donne di non mettere tragicamente fine – come i loro predecessori – al viaggio intrapreso.

Un’ulteriore diversità tra le due pellicole risiede nello sguardo adottato: se Risi guarda con distanza e cinismo il cialtrone Bruno Cortona, Virzì osserva e segue con affetto ed indulgenza le “svitate” evase dalla casa di cura. E accade per il suo film ciò che è stato detto per le due protagoniste: l’attenzione, la partecipazione affettiva, l’investimento del regista verso la storia e le sue “eroine” fa sì che anche qualche situazione un po’ scontata o qualche svolta narrativa forzata non intacchino la sostanziale vitalità , bellezza e verità dell’opera.

Naturalmente, grazie anche alla risposta delle attrici che aderiscono con convinzione (forse, un po’ meno, la Ramazzotti, ormai sempre alle prese con il cliché della ragazza ingenua ed emarginata) ai personaggi: se un amore è vero, è sempre reciproco!

Trama

Beatrice e Donatella, due donne ricoverate presso una casa di cura per malattie mentali, decidono di evadere e di darsi alla “pazza gioia”. In realtà, la fuga le costringerà a fare i conti con i rispettivi problemi  e la loro amicizia le aiuterà a provare a risolverli…