la paranza dei bambini recensione

La paranza dei bambini

Adattando il romanzo-verità di Roberto Saviano, il regista romano Claudio Giovannesi cerca ne La paranza dei bambini di raccontare una generazione, e non necessariamente una generazione ‘criminale’, sviando rispetto alla prassi di opere cinematografiche simili.

Hanno soprannomi buffi i protagonisti de La paranza dei bambini: Marajà, Tyson, Biscottino, Briatò, Stavodicendo, Lollipop, O’Russ. Ma non scherzano affatto. Sono quindicenni del rione Sanità di Napoli. Cresciuti col mito dei soldi facili da fare a colpi di pistola e del controllo di quel mondo dove la camorra è il solo datore di lavoro credibile, sognano le stesse cose degli adolescenti della loro generazione in tutto il resto del mondo. Scooter veloci con cui scorrazzare per i vicoli del centro storico, abiti griffati, successo legato al potere che certa sinistra visibilità sui social media ti può regalare. Ma anche ragazze da conquistare col fascino di una virilità da guappi imberbi e con l’aiuto di polveri da consumare prima ancora che da metter in circolo come consumati spacciatori.
Con la differenza però che questa versione aggiornata di «bravi ragazzi» del sottoproletariato urbano (nipoti alla lontana dei loro precursori di Accattone, Mery per sempre, Certi bambini, Gomorra e anche Cesare deve morire) vuole tutto e subito. Delinquenti in erba cui mancano famiglie benestanti cui fare riferimento sia pratico che etico e che proprio per questo si affidano ai paradigmi viventi dei feroci padri putativi che soggiogano gli stessi rioni in cui capita loro di nascere, crescere e soffrire, avvezzi all’estorsione che da grandi scelgono di abbracciare come professione di fede liberandone però i membri dei propri clan.
Terribili e innocenti nell’abbracciare una scelta criminale pur sapendo che sarà la ricetta per l’abisso, questi quindicenni col grilletto facile e le facce d’angelo da scugnizzi da cartolina sono i membri di una delle tante bande minorili che si allenano alla guerra nel cuore molle di Napoli e che tre anni fa Roberto Saviano ha sbattuto in faccia al mondo dei lettori nel suo romanzo-verità La paranza dei bambini. Raccontando di come i rioni cari a Eduardo e a De Sica siano oggi il teatro di guerra di gang di quindicenni pronti a morire pur di imporre la legge del proprio branco su quella dei rivali.
A trasferire sullo schermo questa truce epopea sulla fine dell’innocenza in nome di una vocazione al crimine come scorciatoia al successo nella vita è stato il quarantenne romano Claudio Giovannesi. Che di storie di gioventù emarginata e preda facile della violenza se ne intende non poco avendo affrontato sfaccettature molto particolari di questo spinosissimo tema sia nei suoi due precedenti film (Alì ha gli occhi azzurri e Fiore) che in un paio di puntate della seconda serie TV di Gomorra.

Acclamato a Berlino (dov’era il solo film italiano in concorso e dove la sceneggiatura firmata da Giovannesi e Saviano stessi insieme a Maurizio Braucci — napoletano doc di Montesanto e attento conoscitore delle realtà di cui si parla sia nel romanzo che nella pellicola — è stata premiata come la migliore della kermesse), La paranza dei bambini non è però l’ennesimo romanzo criminale di casa nostra o, peggio ancora, una sorta di Gomorra in versione junior in cui la violenza in formato minorile sia uno strumento necessario per obbedire alle logiche industriali che imperano nell’universo del crime fiction televisivo. Ovvero violenza vista in funzione del genere.
Decisi a raccontare una generazione (e non soltanto una generazione criminale), Giovannesi e Saviano si sono in parte allontanati dallo spirito del romanzo. Che, pur nella sua densa stratificazione narrativa, era letteratura-verità sul rapporto tra adolescenza e vocazione al crimine in un preciso contesto geografico e sociale. La paranza dei bambini non ha alcuna vocazione al racconto sociologico di una Napoli da stereotipo delinquenziale. Né tantomeno l’ambizione di fare da grancassa spettacolare alla cronaca nera.
L’obiettivo del film di Giovannesi è invece quello di pedinare la crescita emotiva di un gruppo di adolescenti che bruciano le tappe epocali della propria maturazione cercando (e ahimè riuscendoci in toto) di diventare adulti molto prima del previsto in un progressivo scollamento dall’innocenza scanzonata degli anni più belli della vita verso quella ferocia criminale dei modelli delinquenziali scelti da imitare.
E proprio per questo il casting è stata una fase particolarmente complessa dell’intero progetto. Per trovare gli otto adolescenti che interpretano i paranzini di Saviano, il regista e la direttrice del casting Chiara Polizzi hanno visionato e intervistato quasi 4000 ragazzi. Perché non era facile unire una sorta di neorealismo identitario (ovvero trovare facce giuste che però fossero il frutto di quelle stesse aree geografiche raccontate nel film e nel libro) a volti acqua e sapone capaci di trasferire la verità emotiva sullo schermo, ma allo stesso tempo anche di prendere le giuste distanze dai modelli di vita dei coetanei interpretati sullo schermo. Impresa riuscita invece in pieno.
Soprattutto in Francesco Di Napoli, il pasticcere dei Quartieri Spagnoli che interpreta il ruolo di Nicola, il quindicenne con la faccia da angelo detronizzato che aggrega una paranza di sbarbatelli per andare alla conquista della città imponendo allo spettatore un crescendo drammatico di tappe che dalla formazione del branco violento porta fino allo sbocciare di adulti in anticipo destinati però a vite brevi cristallizzate in un’eterna giovinezza allo sbando.

Saviano ha scritto che il film di Giovannesi tratto dal suo romanzo dovrebbe diventare una visione quasi obbligata in tutte le scuole. Non tanto perché si tratti di un capolavoro cinematografico, quanto piuttosto perché lo scrittore ha la ferma convinzione che serva come monito (almeno quanto lo è dichiaratamente stato per tutti i giovani attori del cast) per chiunque possa credere che la scelta del crimine sia la sola scorciatoia praticabile verso il successo nella vita adulta.
Ma un film come La paranza dei bambini (e il libro da cui è tratto) — per quanto incisivo possa essere il suo messaggio di impegno civile a livello di denuncia di uno stato di fatto — avrà mai la forza di competere con la fascinazione del Male in chi vuole tutto e subito e accetta in cambio un’aspettativa di vita simile a quella del Medioevo pur di assaporare il delirio di onnipotenza che una pistola in pugno è in grado di regalare? Vorremmo che Saviano avesse ragione, ma sotto sotto sappiamo tutti che probabilmente non sarà così.