La moglie del poliziotto un film di

Un paesino immerso nella campagna tedesca. Un uomo, sua moglie e la loro bambina. I boschi, gli alberi secolari, gli animali selvatici, una natura silente e algida. È un ambiente idilliaco, perfetto, in cui tutto sembra funzionare grazie a equilibri naturali. Ma tale sistema finisce per generare angoscia, solitudine, ansia esistenziale e per far precipitare in un vuoto oscuro e minaccioso ogni soggetto umano. Sembra tutto totalmente leggibile e interpretabile, eppure nella lucentezza del nitore casalingo si annida l’abisso dello straniamento, sia individuale che collettivo.

La moglie del poliziotto (The Police Officer’s Wife) è un lungometraggio che procede in modo frammentato ed ellittico. Non ci si trova in presenza di una vera e propria struttura narrativa quanto piuttosto davanti a un mosaico esistenziale costituito da brevi e insignificanti episodi quotidiani. Cinquantanove capitoli scandiscono una vita ordinaria, banale e ripetitiva. Il poliziotto torna a casa dal lavoro e picchia con violenza una moglie docile e dalla personalità evanescente. Quest’ultima non riesce veramente a ribellarsi ed è rinchiusa dentro il proprio mondo. All’interno del suo recinto mentale e sentimentale, la ragazza si dedica solo ed esclusivamente a crescere con amore e delicatezza la figlia.

La moglie del poliziotto (The Police Officer’s Wife) è, dunque, l’affresco drammatico di una condizione umana caratterizzata dall’abbrutimento e dalla paura repressa. I due personaggi centrali sono legati morbosamente uno all’altro, in una sorta di gioco al massacro che finisce per produrre solo tensione psicologica e devastante tristezza interiore. I quadri narrativi edificati dal regista Philip Gröning sono secchi, minimalisti e spesso cortissimi. Rivelano apparizioni di miserie umane ben confezionate dalla falsità di una piccolissima borghesia atrocemente arida. La violenza non viene esibita a livello visuale e narrativo e quando è raffigurata viene evitato con attenzione ogni stereotipo cinematografico sulla brutalità domestica. I silenzi sono allo stesso tempo aperture espressive verso una ricerca di armonia impossibile e la concretizzazione di un’alienazione corrosiva e mostruosa.

Per quasi tre ore, lo spettatore assiste alla rappresentazione di una sofferenza umana muta e pesantissima che impedisce ai protagonisti di rintracciare una via di uscita. Sembra non esserci speranza, e neanche riscatto. Solo la dimensione onirica e della comunicazione affettiva madre-figlia si palesa come medicina utile a lenire il dolore di vivere. Il mondo, la natura, le foreste, gli alberi e gli animali del bosco continuano le loro esistenze totalmente indifferenti ai patimenti di questa “famiglia normale”, come se il destino degli esseri umani fosse tragicamente altro rispetto alla meccanica e distante evoluzione dell’esistente. L’unica prospettiva è il nulla.

TRAMA
Un poliziotto tedesco è sposato a una ragazza carina e tranquilla. Insieme, hanno una bambina di pochi anni. La donna passa tutto il giorno ad accudire e a crescere teneramente la figlia. L’uomo, quando torna a casa, passa ore davanti ai videogiochi e picchia senza alcun motivo la moglie.

Per concessione della testata giornalistica ©Cultframe 08/2013 – 12/2013