lacomunidad

La comunidad un film di

lacomunidadDi tutti i cineasti “almodovariani” Alex De La Iglesia è senza dubbio il più dotato. Lo si è constatato a proposito dell’opera prima El día della bestia (1995), film ricco, anzi straripante, di energia “cattiva”; lo si è ora confermato conLa comunidad, che, rispetto al precedente e irrisolto Azione mutante (1993), possiede maggiore unità narrativa, maggiore realismo e sicuramente minore fumosità.
Il principio strutturante è ancora quello dell’esplosione dei generi cinematografici, caotica, confusa e un po’ velleitaria inAcción mutante, mentre qui risulta essere episodica, concentrata nella parte finale. Nel cinema del regista spagnolo vi è sempre un presupposto morale del racconto: l’avidità, infatti, individuale e collettiva ne è il fulcro.

Debitore di una grande tradizione, quella dello humour nero spagnolo che da Francisco de Goya giunge sino al grandeLuis Buñuel, ma anche a Rafael Azcona e allo scrittore Ramón Gomez de la SernaAlex de la Iglesia fa precipitare la vicenda in un’atmosfera grottesca accresciuta da una precisa scelta di unità spazio-temporale: un palazzo d’epoca nel cuore di Madrid diventa spazio concentrazionario, luogo dell’epilogo dalla cui girandola ossessiva nessuno sembra poter uscire.
In questa sorta di cul de sac quotidiano e famigliare, perciò molto normale, ciascun personaggio (sono tutti comprimari ad eccezione della protagonista, Carmen Maura), come durante la celebrazione del carnevale (obbligato il riferimento a Goya), è mascherato, tutti egualmente complici e fedeli al demone dell’avidità che li spinge a provocare la morte di un vecchio inquilino vincitore di una fortuna al lotto, dunque goyescamente mostri della più meschina quotidianità.

Apparentemente il film procede negando la contrapposizione “virtuosistica” e convenzionale tra singolo e microcollettività, tra protagonisti e comprimari, accomunando entrambi nella stessa colpa, nel medesimo peccato di avidità. La stessa protagonista, una Carmen Maura ritrovata di grandissima verve, si mescola, suo malgrado, al gioco al massacro per recuperare il denaro: sola tra tanti assatanati, in un clima che al principio si rivela di una sottile perfidia che sembra vagamente rimandare alle atmosfere polanskiane de L’inquilino del terzo piano, ma che successivamente esplode in un ossessivo clima dissacratorio, la donna riesce perfino ad appropriarsi del denaro che naturalmente non vorrà dividere con nessun altro (ad eccezione di un ragazzo goffo e complessato, vittima di una madre dispotica). E’ lei sola il personaggio a cui vanno le simpatie del pubblico. E proprio da questo elemento che ha origine l’ambiguità del finale e in fondo del significato stesso dell’apologo: in un rocambolesco inseguimento tra la protagonista e alcuni dei coinquilini sui tetti e sui cornicioni del palazzo, ricca di citazioni da Vertigo di Hitchcook, comicamente inverosimile, ecco che tutta la carica morale, l’impeto critico della parte centrale (si veda la sequenza in cui il capo condominio mentre tenta di uccidere la protagonista con crudeltà inusitata, spiega la logica spietata della “comunidad”) svanisce sfumando in un happy end neppure tanto sinistro, come in fondo avrebbe preteso la storia.

Alla misura dell’apologo il regista, infatti, mostra di preferire quella del divertissement che a sua volta finisce per legittimare la logica qualunquista del più simpatico e del più furbo. Un buon auspicio per Hollywood?