La casa sul mare un film di

“Cosa è cambiato in tutto questo tempo?”: “Noi”. “Cosa è successo?”: “I soldi…tutti hanno venduto…non c’è più una visione”. Domande (e risposte) che risuonano en plein air nelle scene iniziali del nuovo film – il ventesimo in una filmografia lunga quasi 40 anni –  di Robert Guédiguian (65 anni a dicembre) La villa (La casa sul mare nell’edizione italiana), che arriva in Italia (dove è stato designato “Film della critica” SNCCI) dopo l’avanprima a Venezia e la buona accoglienza in Francia.

Siamo di fronte al bellissimo scenario della calanque di Méjean, vicino Marsiglia, un paesaggio dunque ben noto al regista francese che lo ha visto da sempre come un fondale teatrale: “le sue casette colorate incastonate nelle colline”, in alto “un viadotto i cui treni sembrano giocattoli di bambini” , quell’apertura sul mare  “come una tela dipinta, soprattutto con la luce invernale quando ormai tutti se ne sono andati”. In questo palcoscenico hors saison, favolistico e reale al tempo stesso, Guédiguian riconvoca la sua “famiglia” di attori, a cominciare dalla compagna di sempre Arianne Ascaride, per mettere in scena la storia di una famiglia come specchio prismatico dei nostri tempi. Il vecchio padre, costruttore insieme ai figli e a tanti amici della villa, ha avuto un colpo (seduto di fronte al mare e alla sua luce, è l’incipit del film) ed è ora paralizzato a letto. A sostenere  Armand, il figlio rimasto sul posto a condurre il ristorante di cucina verace e a prezzi popolari avviato dai genitori, ma anche a controllare le sorti dell’eredità (l’argent, appunto), sono accorsi da Parigi la figlia Angéle, attrice di teatro e ora  solo televisiva, e l’altro fratello Joseph, già professore e rivoluzionario,  ora manager licenziato in tronco, accompagnato dalla sua giovanissima amante.  A completare le presenze forti del film e delle sua “fabula”, la coppia di amici storici del padre, affittuari della casa vicina, minacciati dai figli del vecchio proprietario deceduto di dover lasciare la casa o pagare un affitto spropositato  (“dunque la parola dei morti non conta più?” si chiedono amaramente), il loro giovane figlio , medico brillante e rampante, e il pescatore del villaggio, teatrante amatoriale, sin da bambino  innamorato di Angela che ora è tornata, come un segno del destino.

Ma cosa è cambiato nei sei anni trascorsi da Le nevi del Kilimangiaro? Anche se nel frattempo  Guédiguian ha firmato le regie di due film assai diversi tra loro (un dramma storico che torna all’Armenia delle sue origini, ma riconnesse al presente,  Une histoire de fou, 2015; una commedia come Au fil d’Ariane, 2014) è al quel film che La casa sul mare si collega idealmente, come ulteriore  tappa della “saga”  che il suo cinema compone nel tempo, e rendendo  ancora una volta omaggio alla sua Marsiglia, metafora del mondo, o almeno di quella civiltà mediterranea per millenni ponte tra le culture ma oggi ripiegata su stessa, sul fronte sud-occidentale di un’Europa divisa e smarrita (ancor più di fronte ai nuovi venti di guerra mondiale).

Tante cose sono cambiate in questi anni, in Francia, in Europa, nel mondo, e per questo il film dissemina piste e indizi: i  processi di militarizzazione sociale e del territorio, la  gentrificazione e speculazione urbanistiche, l’onda xenofoba e nazionalista montante… “Per chi e per cosa abbiamo lottato?” era la domanda che alla fine de Le nevi del Kilimangiaro esprimeva il disincanto dei due coniugi protagonisti. Adesso, anche nella Marsiglia socialista e operaia che aveva visto tanti quartieri passare sotto il controllo del Front National,  il lavoro (almeno quello dipendente) non è più al centro del discorso politico. Anzi, è proprio sottotraccia. Del resto , come dice Joseph,  “siamo sull’orlo di un precipizio, e solo una risata ci salverà”. Sono altre  allora le dicotomie che innervano il racconto, più alte e definitive: la vita e la morte, la luce e il buio, l’amore e il disamore, il pianto e il riso, la depressione e la resilienza.

Il colpo al cuore dell’anziano patriarca permette alla famiglia di ritrovarsi e soprattutto, di affrontare  i tabù, rimuovere i traumi, rielaborare i lutti, gridarsi in faccia le verità, in modo comunque liberatorio, riappropriarsi delle radici e di una identità rinnegate. Esattamente il contrario di quanto accadeva in un’altra famiglia, certo assai più ricca e borghese (e portatrice di modernissimi disvalori), in un’altra città di mare, nel profondo Nord della Francia, a Calais, nel recente Happy End di Haneke.

Ma a Marsiglia come a Calais, un fantasma si aggira per le strade ed è quello dell’Altro, dello straniero, del profugo.

Ma a Marsiglia come a Calais, un fantasma si aggira per le strade ed è quello dell’Altro, dello straniero, del profugo. L’irruzione sulla scena, nella seconda parte de La casa sul mare,  dei piccoli fratelli (anche loro, simbolicamente, due fratelli e una sorella, migranti senza più genitori), portatori di altre culture e  linguaggi,  trasforma il film in una favola, e anche in una parabola. Angéle, Joseph, Armand non hanno più grandi cause per cui combattere, ma non vogliono rassegnarsi all’ “era meglio prima”.  Vogliono piuttosto conservare e tramandare il buono del passato (come nella metafora dell’albero di Natale che Joseph racconta alla sua amante) o sistemare i piccoli sentieri (quelli magari dove proprio i migranti si inerpicano). Hanno ancora storie da raccontare e sentimenti da mettere in gioco (come un nuovo “impossibile” amore per Angèle). Capiscono (come lo stesso regista)  che le sfide da raccogliere oggi sono altre, in primo luogo quelle dell’accoglienza e dell’integrazione. Il “comunismo marittimo” di Guédiguian accetta le sconfitte, private e collettive, e cambia pelle: la lotta di classe è stata irrimediabilmente perduta, la riserva dei poveri su cui il “turbo-capitalismo” può contare è praticamente infinita…Ma c’è tanto ancora da fare, a cominciare da piccoli gesti di coraggiosa “disobbedienza civile” o dal sovvertimento di ruoli e convenzioni sociali precostituiti (come insegna il personaggio del pescatore Benjamin).

In un film che riassume e riannoda tutti i temi forti del regista (la famiglia, l’amore, i conflitti generazionali, l’immigrazione, ecc.) Guédiguian riprende i suoi personaggi da vicino (tutti gli interpreti sono di tale strepitosa bravura che è impossibile fare classifiche), all’altezza del loro cuore e dei loro sguardi, ma spesso li spia da lontano, dall’alto o dal basso, o indugia sulle soglie (come nelle scene in cui la figlia osserva dall’esterno la stanza del padre disteso sul letto, immobile), concedendo poi piani ampi ed estatici alla bellezza mitologica di quei luoghi.  Con la grazia che il talento combinato all’esperienza consentono (insieme alla estrema confidenza che regna tra lui e la troupe) il regista riesce a dare a tutto (a ogni inquadratura, a ogni scambio di dialogo) la giusta durata, misura, distanza. Anche lui, in fondo,  supera dei tabù e dei limiti con il suo cinema sempre umano e sincero, sempre giocato sul filo dell’autoironia. Nei contrasti tra morte e vita riesce a mostrarci anche il suicidio come una scelta naturale e comprensibile. Si concede il lusso di far recitare poesie (di Claudel) ai suoi attori, di giocare con il tempo passato –  il suo e dei suoi compagni di avventura (come nella bellissima sequenza da Ki lo sa?, terzo lungometraggio datato 1985, ambientato nella stessa Calanque, con i personaggi di Ascaride, Darroussin, Meylan, sull’onda di una canzone di Dylan, in un film come La casa sul mare che quasi non ha bisogno di musica). Di farci intravedere, ancora, con un coup de théâtre che è un atto di fiducia quasi irrazionale nell’umanità,  un possibile ricominciamento. Quel “lieto fine”, insomma,  che il cinismo e il sarcasmo d’autore di Haneke consentivano soltanto nel titolo, negandolo ormai come umano orizzonte.