Killer Joe un film di

Spazi anonimi e squallidi, officine e strade isolate. Insegne, bar di secondo ordine, luoghi abbandonati. Case fatte di lamiera, interni che vorrebbero essere tragicamente borghesi: piccoli salotti, frigoriferi sempre pieni di birra, televisori accesi sintonizzati su trasmissioni alienanti. Ed ancora: locali di striptease, ferrovie deserte, fabbriche e capannoni in disuso.
Nell’ambito di questa architettura visuale è ambientata la vicenda di Killer Joe, recente fatica registica di William Friedkin.

Il regista di Chicago, autore di film di culto come L’esorcista, Cruising e Vivere e morire a Los Angeles, è in primo luogo un artista visuale, un creatore di immagini che ha fatto nascere la “nuova estetica” della cinematografia e della fotografia americana a partire dagli anni sessanta in poi (William Eggleston è suo coetaneo). Egli stesso inoltre, come esponente della “New Hollywood”, ha contribuito con le sue opere alla formazione di uno sguardo (successivo a livello cronologico al suo) che è ancora oggi rintracciabile non solo in molti lungometraggi presentati nei festival internazionali ma anche nelle biennali di fotografia e arte contemporanea.
Nel caso di Killer Joe, il film prima che un racconto delirante e assurdo, è l’affresco di un paese, caratterizzato da ambienti stranianti, privi di una vera umanità. Le strade e le case rappresentano le risonanze di un’alienazione sociale che il mondo consumistico spaccia per strumento di benessere e di riscatto. Tale situazione, anche secondo Friedkin, produce una confusione sul piano dei valori e dei rapporti interpersonali. I luoghi e la televisione stimolano l’abbrutimento e determinano l’impossibilità di comprendere esattamente cosa sia il bene e cosa sia il male.

Il tessuto formale dell’opera sembra in sostanza generare la storia, peraltro tratta da un testo di Tracy Letts, e fa scaturire situazioni e personaggi; fa emergere, inoltre, ossessioni esistenziali e tragedie interiori non metabolizzate. I personaggi nascono dal degrado, dall’ignoranza, dalla povertà e dalla solitudine; elementi come tv lcd e grandi magazzini fanno intendere che ci troviamo di fronte a un proletariato che vorrebbe diventare borghese ma che cade in un vortice di non senso e violenza perché manipolato da una società classista e fintamente democratica. I soggetti in questione non capiscono cosa sia un crimine e cosa non lo sia, conoscono solo il linguaggio del denaro. Così, anche uccidere la propria madre non rappresenta un problema, se questo atto porterà una presunta e grottesca ricchezza.

Friedkin ha costruito un impianto espressivo basato non tanto sul ritmo (spesso dilatato) delle sequenze quanto piuttosto sulla creazione di situazioni paradossali, surreali e tragi-comiche. In questo contesto, la violenza e la sopraffazione sessuale diventano fattori praticamente “normali”, forme linguistiche all’interno delle quali si annida il vero senso del racconto. La società è disgregata, l’individualismo spinto fino alle estreme conseguenze, la legge inesistente; la Polizia è corrotta, mentre le famiglie sono grovigli inestricabili di follia e i sentimenti totalmente eliminati.
Senza interpreti dignitosi, probabilmente Killer Joe sarebbe stato un totale fallimento, ma la direzione della recitazione orchestrata da William Friedkin ha permesso a Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Thomas Haden Church e Gina Gershon di reggere la stravaganza dei loro ruoli.

TRAMA

Chris è uno spacciatore che deve molti soldi a un boss decisamente pericoloso. Preoccupato per la sua vita decide di mettere in piedi con suo padre e sua sorella, un piano per uccidere le madre, la quale ha una polizza sulla sua vita che potrebbe risolvere molti problemi. I tre (più la nuova moglie del padre) decidono così di assoldare Joe Cooper, un poliziotto che come secondo lavoro “uccide persone” a pagamento. Le cose sembrano andare per il verso giusto ma non tutto filerà liscio e Chris passerà molti guai.

Per concessione di Cultframe – Arti Visive