Julieta un film di

«Che ho fatto io per meritarmi tutto questo?», urlava il titolo di un film scritto e diretto da Pedro Almodóvar più di trent’anni fa nel quale una stravolta Carmen Maura cedeva scena dopo cena sotto i colpi impietosi della vita che si accaniva su di lei con perseveranza cieca senza permetterle di capire per quale ragione il Destino ce l’avesse tanto con lei.

Un urlo simile — anche se in un contesto completamente diverso — potrebbe sintetizzare lo stato d’animo in cui si dibatte la protagonista di Julieta, nuovo film del regista manchego appena passato in concorso a Cannes e incentrato su un altro personaggio di donna dalla forte personalità alle prese con gli schiaffi che la Vita le ha dato costringendola a sprofondare nei meandri della propria interiorità in subbuglio per cercare di capire le ragioni di tutta la sofferenza che le ha piagato gli ultimi trent’anni di non-vita.

La Julieta del titolo è una professoressa di letteratura greca cinquantacinquenne che, dopo aver perso da giovane l’amatissimo marito (un pescatore galiziano morto in un incidente di lavoro) ed essere stata abbandonata dalla figlia Antía quando questa aveva diciott’anni e senza un motivo apparente (anche se nel finale lo spettatore avrà modo di scoprirlo), le scrive una serie di lunghe lettere per raccontarle tutto ciò che non ha avuto materialmente né modo né tempo di dirle, ma soprattutto per capire il motivo per cui la ragazza abbia deciso di sparire dalla sua vita e non abbia dato notizie di sé negli ultimi dodici anni.

Julieta sta appunto tutto in questa serie di rievocazioni in flash-back che prendono spunto dall’atto della scrittura e permettono allo spettatore di ripercorrere a ritroso tutte le vicende che hanno caratterizzato la vita della protagonista: dagli anni lontani della felicità con l’amato Xoán incontrato per caso in treno alla nascita della figlia, e dalla tragica scomparsa del marito (episodio tragico che fa da detonatore agli imprevedibili sviluppi delle vite di Julieta e della figlia) fino alla sparizione volontaria della ragazza.

Dopo il (mezzo) passo falso de Gli amanti passeggeri di due anni fa e i non certo felicissimi Gli abbracci spezzati e La pelle che abito rispettivamente del 2009 e del 2011, con Julieta Pedro Almodóvar torna a percorrere i sentieri narrativi di quel mélo tutto al femminile e all’insegna di una coloratissima iconografia pop che con gli anni è divenuto una specie di marchio di fabbrica del suo cinema di studio introspettivo dell’altra metà del cielo. Al punto da spingere qualche critico iberico a coniare il termine “almodrama” per definirne la peculiarità assoluta all’interno del più ampio contenitore del genere di riferimento.

Ma Julieta, pur avendo tutti i tratti tipici di questo neonato sottogenere circoscritto alla personalità debordante dell’unico suo rappresentante, di fatto si discosta in parte da quelli che ne sono i tratti tipici, preferendo un tono molto più sommesso del solito e lasciando da parte alcuni elementi caratteristici quali gli eccessi amorali, le esasperazioni barocche, il sentimentalismo esasperato, la commistione famelica di generi, il bisturi sociale contro il perbenismo di facciata, le esplosioni di colore nelle scenografie degli interni e soprattutto quell’isterismo ipercinetico che ha sempre fatto da combustibile interiore di quasi tutti i misfit creati dalla penna del maestro della Mancha.

A mancare in questo nuovo viaggio al termine della notte dell’anima femminile sono però soprattutto e proprio alcune di quelle «femmine folli» travestite da attrici che Almodóvar ha reso grandi cucendo loro addosso personaggi memorabili. Se le due prescelte che interpretano Julieta ai giorni nostri e la sua versione giovanile sono comunque bravissime dovendosela vedere con le troppe zone d’ombra di una donna spezzata dalle devastazioni della perdita, a rubare loro la scena è l’asimmetrica Rossy De Palma, unica reduce delle «chicas del montón» e qui sublime nel rubare a tutti la scena anche se relegata al ruolo di contorno dell’arcigna governante del marito di Julieta.

Definito da lui stesso un «drama secco» nel quale il dolore corrode l’anima senza che se ne manifesti la presenza sotto forma di lacrime a fiumi pur trattando temi di assoluta tragicità, Julieta è un viaggio interiore alla ricerca di un perché, ma anche un tentativo assai ardito di definire in maniera visivamente comprensibile uno dei sentimenti meno facili da rappresentare al cinema. E cioè quel senso di mancanza che la protagonista prova unito al sospetto di non aver fatto abbastanza per trattenere le persone amate accanto a sé.

Il tutto raccontato con sobria compostezza, lasciando che a parlare non siano le parole che escono a raffica dalle bocche dei personaggi (come spesso accade nelle sceneggiature firmate e filmate da Almodóvar), quanto piuttosto i loro silenzi sospesi nell’attesa che l’epifania di un miracolo possibile riesca a cancellare l’atroce crudeltà del vero. Non a caso il titolo iniziale del film era appunto Silenzio, titolo cui però Almodóvar si è visto costretto a rinunciare dopo aver scoperto che così si chiamerà il film cui Scorsese sta lavorando.

Ma se il tono con cui il dramma di Julieta viene ripercorso sembra essere un cugino algido e vagamente depresso delle fibrillazioni spumeggianti e grondanti ironia salace tipiche di buona parte dei lungometraggi dell’autore di Donne sull’orlo di una crisi di nervi, in parte lo si deve anche al tipo di matrice letteraria scelta da Almodóvar. Partendo infatti da tre diversi racconti del premio Nobel canadese Alice Munro era inevitabile che, pur con tutta la forza trasgressiva e deformante imposta loro dalla mano del regista iberico, non ne venisse conservata almeno parte della gelida compostezza di partenza.

Sta di fatto che in patria Julieta è stato accolto con relativa freddezza, anche se lì ha forse avuto un ruolo decisivo il fatto che in tempi di sofferenza sociale diffusa e di ansia di pulizia morale — vedansi «Podemos» e dintorni — agli spagnoli non sia piaciuto troppo il fatto che i nomi di Pedro e del fratello produttore Agustín siano comparsi tra le liste dei mariuoli coi soldi imboscati a Panama. Una freddezza confermata anche a Cannes dove il film non ha convinto né il pubblico né tanto meno la giuria.

Ed è un peccato che questo mélo di gran classe — forte di una sceneggiatura ricca di colpi di scena collocati sempre al punto giusto e di meravigliose dosature del senso di frustrazione dello spettatore — rischi di essere stroncato solo perché il pubblico dei milioni di fan del regista manchego non vi riconosce i tratti di un’estetica del (dis)gusto che ha da sempre amato. Anche i ragazzi terribili del cinema di rottura crescono e con loro muta l’idea di rappresentazione della realtà e i modi in cui la Vita e le sue mille contraddizioni vengono raccontate.

Un Almodóvar più sobrio e meno trasgressivo potrà forse dispiacere ai puristi, che finiranno con lo storcere il naso al vedere che in Julieta il loro idolo, oltre a rinunciare a moltissimo del suo armamentario di eccessi, questa volta ha limitato il suo citazionismo onnivoro a certe atmosfere algide dei melodrammi di Douglas Stark, e a qualche strizzatina d’occhi allo Hitchcock di Intrigo internazionale (nella splendida sequenza sul treno in cui Julieta conosce il futuro marito e prova su di sé il primo dei grandi sensi di colpa che le segneranno la vita adulta), così come al Buñuel di Quell’oscuro oggetto del desiderio (con la scelta di far interpretare le due età di Julieta da attrici che non si assomigliano nemmeno di striscio).

Ma se questo rigoroso saggio di scrittura drammatica — che non sarebbe azzardato sottotitolare Tutto su mia figlia per le non poche contiguità narrative con Tutto su mia madre — in cui il dosaggio delle componenti mélo è calibrato alla perfezione dev’essere per forza rubricato come un’involuzione creativa scontentando così chi non crede che la maturazione artistica sia anche un’evoluzione della propria estetica, allora è bene augurarsi che negli anni a venire Pedro Almodóvar si adegui almeno in parte a questa nuova «maniera». Di certo più sobria e meno irriverente, ma forse anche capace di mettere il guinzaglio a un’ispirazione che rischiava di deragliare travolta da eccessi di manierismo autoreferenziale.

Trama

Dopo aver perso il marito giovanissima ed essersi arresa a non avere più notizie dell’unica figlia che a diciott’anni l’ha abbandonata senza poi darle alcuna notizia di sé per i successivi dodici anni, una professoressa di cinquantacinque anni cerca di spiegare per iscritto alla figlia perduta tutto quello che non ha mai avuto né modo né tempo di dirle. E nel farlo ripercorre in flashback buona parte della propria vita difficile. Fino a quando il caso fa sì che le due donne si possano finalmente ricongiungere.