Istanbul e il Museo dell’Innocenza di Pamuk un film di

Rilocazione, Ipertopia, Display, Espansione: sono alcune delle parole chiave attraverso cui Francesco Casetti, in un suo recente saggio, illumina le tendenze del cinema contemporaneo. Un cinema in movimento, che viene ora verso di noi dall’ampia e fluttuante galassia audiovisiva dove ha saputo riconfigurarsi, su schermi e display ora molto grandi, ora molto piccoli,  seguendo i molteplici e un po’ caotici percorsi della visione nell’era digitale.

Ma che esperienza emozionale  e cognitiva ci offre questo oggetto filmico che scaturisce da un romanzo già assai visionario e affollato di emozioni come Il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk (2008)? A nostro avviso, la visione dell’opera realizzata da Grant Gee con la fattiva complicità del grande scrittore premio Nobel 2006, risulta assai più intensa e “assorbente” di quanto altre esperienze di cinema in senso stretto “espanso” possono garantire. Un film sospeso e al tempo stesso connesso tra linguaggi e piani diversi: il cinema e la letteratura, certo, ma anche la fotografia e la musica; la finzione, certo, ma sempre in rapporto con la realtà, quella di ieri e quella di oggi, in una città, Istanbul, simbolo di un paese e di una cultura da sempre ponte e transito tra Oriente e Occidente (e viceversa). Questo ponte oggi appare assai precario, ma di questa magica città e di questa affascinante cultura Pamuk – lo scrittore di Istanbul –  resta comunque, e non da oggi, la voce più autorevole, critica e libera (già anni fa aveva rifiutato il titolo di “artista di Stato” dal governo turco). Anche lui, però, come ha confessato in recenti interviste, nutre crescenti timori per sé e soprattutto per la deriva pesantemente autoritaria del paese. E anche nel film Pamuk “mette la faccia” dagli schermi tv che dall’interno dei negozi rimandano in loop gli inserti di una recente intervista dove parla della sua poetica e del suo ruolo pubblico di artista.

Evento speciale a Venezia 72 alle “Giornate degli Autori”, passato poi per vari festival, il film approda ora in sala anche in Italia grazie a Nexo Digital (ma solo il 7 e 8 giugno, confidando, per un prolungamento, in una positiva risposta del pubblico). E’ un sogno, che si svolge tutto in una notte, umida e ventosa, a Istanbul, tra i nuovi, anonimi quartieri moderni, e i vicoli fatiscenti di un centro storico che è stato in questi anni per buona parte sventrato, ma i cui ricordi resistono o rinascono sotto altra forma. Anche grazie a Orhan Pamuk e al suo “Museo dell’Innocenza”. In effetti, la frase “quando l’immaginazione diventa realtà”, claim (anche un tantino scontato) usato dal marketing del film, in questo caso dice la pura verità.

Come i suoi lettori sanno bene, grazie alla forza della sua immaginazione e ai soldi del Nobel, lo scrittore non si è accontentato di lasciare il Museo dentro le pagine del libro, ma lo ha proprio fatto costruire a Istanbul (aperto dal 2012 nel cuore del quartiere di Çukurcuma è oggi meta di fan di Pamuk e di semplici turisti), proprio nella casa dove viveva la protagonista del romanzo, la bellissima, giovanissima, ma povera Fusun, che sognava di entrare nel mondo del cinema e con la quale il trentenne Kemal, famiglia alto-borghese,  destinato a un matrimonio con la pari censo Sibel, vivrà una tempestosa, erotica, affettiva, ossessiva, eppure in fondo possibile, storia d’amore. In quel museo troverà posto e fisica consistenza un bizzarro campionario di tutti gli oggetti indossati o sfiorati da Fusun nel libro (dagli orecchini alle forcine, dai pettini alle migliaia di mozziconi di sigarette fumate da lei), ma anche utensili e soprammobili dei più svariati appartenuti alla sua casa e raccolti per anni da quel collezionista compulsivo e feticista che si rivelerà Kemal,  dopo la (provvisoria) fine della loro relazione. Ma, in un crescente reticolo di memorie stratificate, il Museo finirà per accogliere tanti altri reperti e frammenti della città che fu testimone dei loro incontri.

Un sogno dunque, ma a tratti anche un incubo, che si snoda in percorsi zigzaganti tra le ombre notturne nei vari piani del Museo, ma anche nelle strade deserte della città,  presidiate soltanto dai cani, grossi e minacciosi cani randagi, i cui latrati, sin dalla prima scena, echeggiano dentro e fuori dal quadro.  “Istanbul di notte è un popolo di uomini e di cani”. Punteggiata da innumerevoli taxi e dai simboli imperanti del consumismo occidentale, sembra non dormire mai, ma in realtà, come proprio i taxisti e altri lavoratori notturni ci spiegano, nel silenzio della notte cerca un po’ di ristoro dalla quotidiana frenesia del giorno. Eppure è proprio di notte che le contraddizioni più acute –  le spinte verso l’occidentalizzazione, l’immagine della donna, il suo secolarismo, ecc. – emergono più chiaramente.

Il regista inglese – al suo attivo solo alcuni documentari su celebri band musicali e un’altra intrigante incursione cine-letteraria nell’opera dell’insigne scrittore tedesco W.G. Sebald – ci consegna qualcosa che è ben più di un adattamento. E’ un altro tipo di “espansione”, che lavora sulle connessioni ipertestuali, e, sul piano cinematografico, sugli intrecci di  forma – film-saggio, “sinfonia della città”, ritratto d’artista – e tra generi, richiamando atmosfere noir ma anche filoni storicamente importanti del cinema turco, dal melodramma ai B-movies. Se Gee ha scelto – in ordine comunque sequenziale – alcune pagine del romanzo che vengono lette in voce off ma al tempo stesso tradotte in immagini, Pamuk ha creato un secondo testo, un’ulteriore narrazione originale e autonoma rispetto alle vicende del libro, che viene anch’essa letta e “rappresentata”, come fosse un sequel letterario, ma al tempo stesso cinematografico, del romanzo (è questo sicuramente il livello di maggiore interesse dell’operazione). Questo testo inedito (che forse sarà pubblicato insieme al DVD del film) congiunge il tempo storico (1975-1984) del romanzo (dove irrompe a un certo punto il golpe militare del settembre 1980) alla Turchia odierna della repressione a  piazza Taksim e della speculazione a Gezi Park. L’espediente narrativo è l’introduzione di un altro personaggio di finzione, una donna che conosceva Fusun e, tornando dopo 12 anni di assenza a Istanbul, non riconosce la città, ma in compenso trova il Museo.

“La bellezza è il ricordo”, si dice nel film.  Se Pamuk è la parola, il grande fotografo Ara Güler è  l’”occhio di Istanbul”, Attraverso alcune sue foto il film rende omaggio a lui e alla memoria in bianco e nero della città e dei suoi abitanti e lavoratori, ora nitida, ora avvolta dalla nebbia del Bosforo (nonostante il colore, anche la fotografia del film, curata dallo stesso regista, predilige luci basse e soffuse). E un ruolo importante ha anche la memoria del cinema. Molti dei percorsi del libro, del resto, sono scanditi dagli esterni e dagli interni delle sale, oltre che da reliquie e memorabilia cinematografiche. Anche il film, specie nel finale, recupera questa dimensione, sotto la guida di Türkan Şoray, una delle più importanti attrici di tutti i tempi del cinema turco, oggi settantenne, che rievoca i set di alcuni dei 240 film che la videro  protagonista.

Nel finale irreversibile della vicenda, quando per trovare il “conforto degli oggetti”, Kemal viaggerà in Europa alla scoperta dei musei “che sono dei romanzi”,  amando soprattutto, e si capisce, i piccoli musei dedicati alle persone in carne ed ossa. Pian piano si trasformerà in un collezionista “orgoglioso”, al punto da giustificare il sorprendente finale del romanzo che più che alle madeleines proustiane ha per noi un sapore decisamente pirandelliano.

Dal canto suo il film, attraversato dall’inizio alla fine dalla parola e dal corpo fisico dello stesso Pamuk, ci racconta, con la magia delle immagini e con lo straniamento tipico di ogni mise en abyme, un’altra puntata del fantastico “gioco delle parti” tra l’Autore e i suoi personaggi.

TRAMA

 

Lo scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura, apre un museo a Istanbul. Un museo che è un’opera narrativa: i suoi pezzi raccontano una disgraziata storia d’amore del 1970 a Istanbul. Il film è un tour tra questi oggetti, che rappresentano un punto di partenza per un viaggio attraverso le storie d’amore, i paesaggi e le attrazioni di questa città.