Io e te un film di

Lorenzo è un quattordicenne estremamente introverso, quasi sociopatico, e ha un rapporto difficile con i genitori. Quando la scuola organizza una settimana bianca il ragazzo coglie l’occasione per trascorrere una periodo in completo isolamento. Dopo aver confermato ai genitori che partirà con i compagni, si nasconde nella cantina del suo palazzo con un’abbondante scorta di vivande, qualche romanzo horror, il suo computer e un terrario pieno di formiche che passa il tempo ad osservare, affascinato. Un antro buio e angusto è preferibile insomma alla compagnia dei suoi coetanei, con i quali non riesce in alcun modo a sentirsi a suo agio. Alla madre non sembra vero che finalmente Lorenzo – al quale neppure lo psicologo riesce a strappare di bocca più di qualche frase stentata – abbia finalmente deciso di provare a “normalizzarsi” e trascorrere una serena vacanza in montagna insieme agli amici. Tant’è che il sospetto che il figlio menta non la sfiora neppure per un istante.

A incrinare la cupa solitudine del ragazzo sarà la sorellastra Olivia, che piomba all’improvviso nel seminterrato alla ricerca di alcune cose che aveva lasciato in casa di suo padre (anche padre di Lorenzo). I due non si vedono da parecchi anni, e non potrebbero – ad un primo sguardo – apparire più diversi: tanto Lorenzo è chiuso in se stesso, meticoloso e preciso fino all’ossessione, tanto Olivia è espansiva, disinvolta, caotica e a volte quasi rude. Ma c’è un lato oscuro che li unisce. Se Lorenzo si rifugia e si consola in una solitudine quasi patologica, Olivia si annienta nella droga. Ed è proprio per tentare di superare una violenta crisi di astinenza che sarà costretta a restare in cantina insieme al fratellastro, non avendo nessun altro posto dove andare. Questo incontro casuale e inaspettato – e in un certo senso “forzato” – offrirà la possibilità a entrambi di guardare dritto in faccia le proprie paure e provare, infine, a combatterle.

Dopo quasi dieci anni Bertolucci torna al cinema con un film più intimo e più scarno, ma anche più sentito, rispetto al suo precedente The Dreamers. Ancora una volta al centro del discorso c’è la descrizione dell’adolescenza, con tutto il carico di difficoltà, aspettative e timori che questa porta con sé. Io e te è un racconto segreto, che prende corpo tra le mura umide e strette di una cantina coperta di polvere. E’ la storia di un incontro del tutto fortuito che tuttavia inevitabilmente cambierà la vita dei protagonisti (un po’ come accadeva in Ultimo tango a Parigi, sebbene, in questo caso, in modo meno violento e drammatico). Tutto si svolge in un luogo chiuso e immobile, che però non diventa mai claustrofobico poiché percorso e scosso dall’energia, non sempre creatrice ma anche distruttiva, che pervade i due ragazzi. Non è la prima volta che Bertolucci eleva a palcoscenico dell’azione un luogo che diventa un altrove rispetto al resto del mondo: pensiamo ancora agli appartamenti parigini di The Dreamers e Ultimo tango a Parigi – il primo labirintico e affascinante, il secondo nudo e spoglio – ma anche a quello romano del film L’Assedio. Tra gli oggetti dimenticati e logori di questa stanza senza luce i due ragazzi pian piano lasciano cadere le loro barriere. Olivia, all’inizio scostante e aggressiva, diventa man mano affettuosa, e Lorenzo, in principio infastidito e indispettito dalla presenza di lei, gradualmente inizia a comprendere la gravità dei problemi della ragazza e ad affezionarsi a lei. Il loro è un progressivo avvicinamento: si muovono circospetti e diffidenti, lui come un animale troppo impaurito per uscire dalla tana, lei già ferita e segnata dalle avversità della vita. Il luogo stesso della cantina è una limpida metafora della condizione solipsistica di cui sono prigionieri i due giovani; quando infine usciranno alla luce del sole lo faranno però – ognuno a modo proprio – con una nuova forza interiore generata dal sentimento appena nato che li unisce.

Tratto dall’omonimo romanzo breve di Niccolò Ammaniti, di cui Bertolucci sovverte il finale tragico, Io e te è un film in cui l’amarezza si stempera nella speranza (una speranza esile, cauta, ma pur sempre una speranza). E’ un film dominato dalla presenza degli attori (entrambi eccezionali nei loro ruoli) in cui tutto il resto, sul piano narrativo quanto scenografico, è ridotto al minimo, all’essenziale. La fotografia mette in risalto sprazzi di colore – la chioma leonina di Olivia e i suoi stivali azzurri – nel grigiore polveroso della stanza, mentre le musiche – a cominciare dalla versione italiana di Space Oddity di David Bowie – assumono un ruolo poetico ed espressivo di primo piano. Lo sguardo di Bertolucci è limpido come non mai nel mettere a fuoco il sentire tumultuoso dei suoi giovanissimi protagonisti, di cui riesce ad esaltare una fisicità singolarmente incisiva. La bellezza di Olivia, che minaccia di dissolversi prematuramente a causa degli effetti devastanti della droga, ha in sé qualcosa di struggente; mentre Lorenzo, gli occhi immobili e trasparenti, con il suo atteggiamento rigido e ritroso riesce ad essere quasi inquietante.

Questo piccolo racconto incredibilmente potente e intenso scende vertiginosamente nel senso di angoscia e solitudine che nasce dalla consapevolezza del sapersi impotenti, del sentirsi abbandonati; allo stesso tempo però coglie e descrive con grazia ed estrema sensibilità tutte le possibilità – di cambiamento, arricchimento e rinnovamento – racchiuse nell’incontro con l’altro.

Trama

Lorenzo, quattordicenne scontroso e solitario, finge di partire per una vacanza in montagna con i compagni di scuola e si nasconde invece nella cantina del proprio palazzo. A turbare la sua volontaria e segreta prigionia sarà l’arrivo imprevisto della sorellastra Olivia, tossicodipendente. Questo incontro casuale costringerà i due ragazzi ad uscire dal rispettivo isolamento e offrirà loro l’occasione di guardare ai propri problemi con occhi diversi.