Inception un film di

Il sogno. La deriva onirica. il subconscio. I segreti della psiche umana. Sono argomenti che il cinema internazionale ha già ampiamente affrontato.
Se Luis Buñuel collocava il sogno nei meccanismi espressivi del surrealismo, cioè puntando tutto sul rigore dello stile e sul concetto di incongruenza nei riguardi della realtà, Lynch ha sempre privilegiato l’inoltrarsi spericolato nel vortice dell’incubo e il rimescolamento della trama in senso onirico.
Gli esempi appena effettuati, ci consentono di accostarci all’opera di Christopher Nolan, Inception, avendo in mente due percorsi registici molto ben definiti e caratterizzati da scelte linguistiche e narrative chiare. La stessa considerazione non può essere fatta per quel che riguarda la filmografia di Nolan, cineasta dotato di sicuro talento ma anche autore fin troppo condizionato dalle insidie del cinema puramente commerciale.

Proviamo a spiegarci, almeno per quel che riguarda Inception. Fin dalla prima inquadratura, il film appare costruito intorno a un’idea di cinema nella quale la confezione per il grande pubblico soverchia l’impianto concettuale e registico. Tale impostazione è rintracciabile sostanzialmente in due fattori: la scelta dell’interprete principale e l’uso delle musiche. Nonostante la potenza del battage hollywoodiano che lo riguarda e la stravagante (e per noi incomprensibile) passione artistica di Martin Scorsese per questo attore, Leonardo Di Caprio rimane un interprete di macroscopica mediocrità, una  pura icona dello star system incapace di articolare un sistema espressivo efficace. Le musiche sono utilizzate solo ed esclusivamente come elemento di rafforzamento emotivo di alcune sequenze, cioè in maniera meccanicistica  e funzionale  allo sviluppo artificioso della tensione. A ciò si deve anche aggiungere un uso fin troppo evidente di stilemi hollywoodiani che vengono proposti come semplici meccanismi già sperimentati in grado di catturare in modo banale l’attenzione dello spettatore: inseguimenti pirotecnici, sparatorie a profusione, scene d’amore struggenti.

Inception è legato agli stereotipi del cinema industriale americano così come il piccolo capolavoro Memento era caratterizzato da una freschezza creativa originale. In questo testa coda filmico è rintracciabile tutta l’involuzione del cinema di Nolan.
Ma torniamo a Inception.  L’autore cerca un po’ furbamente di giocare la carta della complessità narrativa e si spinge nell’universo espressivo del sogno nel sogno (ma è possibile fare ciò dopo Il fascino discreto della borghesia e Bella di giorno di Luis Buñuel?), riproponendo questo ardito incastro come un dozzinale “giochetto” che quanto più va in profondità (il sogno, nel sogno, nel sogno) tanto più si manifesta come escamotage superficiale e scontato.
Il tentativo messo in atto da regista di The Prestige è stato quello di coniugare le regole di Hollywood con tematiche surrealiste, tentativo irrisolto e realizzato con la faciloneria di un cineasta che ha inquinato la sua vena creativa iniziale per inseguire un cinema che antepone in modo netto e inequivocabile il successo commerciale all’espressione libera di una poetica individuale.