In nome di mia figlia un film di

Vincent Garenq, qui al suo quarto film, ama le cronache francesi. Ha raccontato in Présumé coupable l’affaire d’Outreau, una clamorosa vicenda giudiziaria su abusi sessuali su minori, e in L’Enquete lo scandalo dei paradisi fiscali. Con In nome di mia figlia narra la vera storia di André Bamberski, un commercialista francese che nell’arco di trent’anni accusa il secondo marito di sua moglie, Dieter  Krombach, di aver violentato e ucciso sua figlia quattordicenne. Il caso di Kalinka Bamberski è molto noto in Francia  per il lunghissimo iter giudiziario e per aver rivelato le pressioni che la Germania esercita sul sistema giudiziario francese e soprattutto la sottomissione del governo di Parigi all’arroganza dei vicini di Berlino che non mollano mai la difesa dei loro cittadini e che, in caso di condanna all’estero, si guardano bene dall’estradarli.

La dimensione umana di una tragedia che ha per vittima una quattordicenne ha consentito l’esportazione del film anche in Italia, dove le due precedenti opere del regista non erano state distribuite perché legate a temi molto francesi. Bene così, ma c’è un però. Il film sconta un doppio handicap: quello di raccontare una storia molto nota in Francia e quella di dover far conoscere all’estero tutta intera la vicenda. Garenq cerca di superare l’insidia del caso risaputo aprendo il film su uno degli ultimi episodi dell’odissea di Bamberski:  il suo arresto per aver ordinato il rapimento in Germania di Krombach per consegnarlo alla giustizia francese.  Ma dopo il singolare e spiazzante inizio, il film scivola trent’anni indietro, quando la famiglia Bamberski, in vacanza in Marocco, conosce quel Dieter Krombach che diventerà l’amante e poi il secondo marito della moglie di Krombach, e che sarà responsabile della morte della giovane Kalinka.

Per raccontare una vicenda molto lunga e complessa il regista non punta sulla durata del film, prodigiosamente contenuto in meno di un’ora e mezza, ma ricorre a una narrazione episodica, con una continua puntualizzazione dei luoghi e delle date, alternando il passato e il presente e indugiando su brevi pause a schermo nero. La notorietà francese del caso impedisce peraltro al regista, che si avvale nello scrivere la sceneggiatura dell’autobiografia di Bamberski, di giocare con le latenti ambiguità del protagonista. Non si domanda ad esempio se questa trentennale ossessività sia solo determinata dal desiderio di rendere giustizia alla figlia o anche dalla sete di vendetta contro chi gli aveva sottratto la moglie.

Costretta alle necessità della comprensione, la regia può apparire statica, un po’ scolastica, con qualche caduta didattico-televisiva, ma si riscatta in nome della sobrietà e della precisione. Senza cadere nel patetico né imboccare la scorciatoia della denuncia, il film raggiunge un punto d’equilibrio che esalta le svolte della vicenda e le emozioni del protagonista. E proprio qui Garenq fa la sua scelta migliore, coniugando il lato giudiziario della vicenda,  con il percorso umano di questo padre che con testarda caparbietà per decenni si prodiga per inchiodare l’assassino di sua figlia, rinunciando a rifarsi una vita e giungendo alla frontiera della follia e dell’ossessione. L’intreccio tra il caso giudiziario e l’evoluzione psicologica è la vera chiave di volta di quest’odissea: forse solo un commercialista, un uomo che si occupa di numeri e regole, che deve far tornare i conti fino all’ultimo centesimo, ha il carattere giusto per arrivare fino in fondo a un estenuante iter, per vedersi riconosciute le sue ragioni. L’educazione e l’etica di Bamberski sono le armi vincenti della sua lotta per la verità.

Il lato più controverso del film è speculare a questa scelta di filtrare il racconto attraverso le emozioni del protagonista: tutto nasce cresce e trionfa grazie alla tenacia e alla caparbietà di un padre che sfida l’opinione pubblica sonnolenta della Germania (nonostante Krombach si sia macchiato negli anni di altri stupri e morti sospette di ragazzine), che incalza la pavida giustizia francese, che incita invano le polizia austriaca a rispettare un ordine d’arresto internazionale, ma che poi, di battaglia in battaglia, si concentra sulla sua missione di giustizia fino a chiudere il suo studio professionale e a intraprendere iniziative penalmente rilevanti.

Pur calata in una cronaca assolutamente vera, questa vicenda ricorda storie di fiction, talvolta noir, talvolta western, impostate sul giustiziere, delle quali sovente si appropria la polemica di destra. Garenq solidarizza forse troppo con il suo personaggio, così tanto borderline, assecondandone il desidero di rivalsa, mostrandosi indulgente verso la sua overdose di rancore, conducendo lo spettatore a schierarsi con un eroe travolto dal dolore ed esposto a tutta l’ingiustizia del mondo, fino ad essere ricusato dal figlio, bandito dall’ex-moglie, abbandonato dalla nuova compagna. Daniel Auteuil fa miracoli nel frenare la deriva giustizialista del suo personaggio. Ci conduce a scoprire la sua lentissima presa di coscienza. Il dolore lo accompagna sempre. Il gesto è sempre misurato. E’ umanissimo ma anche inquietante. E a tratti sa apparire detestabile.

Trama

E’ la storia vera di André Bamberski che si convince che il responsabile della misteriosa morte di sua figlia quattordicenne sia il patrigno della ragazza, un medico tedesco, che la ospitava in Baviera. Per trent’anni André si batte, tra Francia e Germania, contro tutto e tutti per ottenere giustizia.