In Darkness un film di

Durante l’occupazione nazista di Leopoli un gruppo di ebrei si rifugia nelle fognature per sfuggire ai rastrellamenti, e qui incontra Socha, ispettore fognario che non disdegna qualche furto nelle abitazioni abbandonate in tutta fretta da quelli che ormai sono rinchiusi nel ghetto. Scaltro e privo di scrupoli, l’uomo si fa pagare lautamente dagli ebrei nascosti in cambio del suo silenzio. Nel frattempo l’ufficiale ucraino Bortnik, suo amico, lo invita a denunciare chiunque sia riuscito a scampare alla furia nazista per ottenere una generosa ricompensa. Ma la guerra cambierà Socha radicalmente: messi da parte cupidigia e indifferenza l’uomo finirà per rischiare la vita per compiere un atto estremo di solidarietà.

La regista polacca Agnieszka Holland ci propone un racconto avvincente e lucidamente angoscioso di un tragico momento storico che diviene però un imput per allargare il discorso a un’indagine sul senso etico e morale dell’agire umano. La sua è una riflessione esistenziale a tutto tondo, ampia e corposa, dove trovano spazio temi senza tempo (la vita e la morte, l’altruismo e il coraggio) messa a punto con estremo rigore e senza cedimenti al sentimentalismo. Tra Schindler’s list (per il “pretesto” narrativo) e I dannati di Varsavia e Underground (per l’ambientazione claustrofobica nelle viscere sotterranee della città) In Darkness è un film denso di contenuti e immagini eloquenti e di forte impatto emotivo, a cominciare da quella delle donne fucilate nel folto del bosco come animali in fuga, posta quasi all’inizio della storia.

La pellicola sostiene senza cedimenti i suoi lunghi centoquarantacinque minuti di durata immergendo gran parte della vicenda in un buio soffocante colmo di sporcizia e disperazione, dove giorno e notte sono indistinti e si sopportano fame e sete difendendosi dai morsi dei ratti, nel terrore costante di essere scoperti e uccisi. Qualcuno tenta di evadere da questa insopportabile oscurità, per risalire alla superficie luminosa di un mondo dove però tutto è devastato dalla violenza e dove sembra non essere rimasto più nulla se non macerie e campi di concentramento. E in questa dimensione sommersa, in questo non-luogo dove a stento si sopravvive, le persone continuano, nonostante tutto ad opporre alla morte la loro commovente umanità, ad amarsi e tradirsi, a litigare, cantare e pregare.

L’evoluzione del personaggio di Socha, diviso tra la sua vita quotidiana (la moglie e la figlia) e il segreto indicibile nascosto nelle fognature, è il perno della narrazione; la sua è una redenzione segnata dal dolore ma ripagata infine dalla consapevolezza acquisita di avere compiuto un’azione che ha del miracoloso. Il suo dilemma è esistenziale e universale e trova la sua urgenza nello scenario sanguinoso e aberrante della guerra: salvare se stesso facendosi complice dei carnefici, cedendo all’egoismo e alla paura o rischiare coraggiosamente le spaventose conseguenze di un atto giusto. Lontano da ogni retorica, la descrizione del personaggio non somiglia affatto a quella di un eroe, ma piuttosto a quella di un uomo comune, che lotta contro le proprie debolezze e si tormenta – come tutti – nella contraddittorietà inevitabile dei sentimenti. Nulla viene qui idealizzato, semplificato, stilizzato; il giudizio morale non è nello sguardo della regista – che vuole essere oggettivo e studiare i protagonisti come attraverso una lente d’ingrandimento – ma, se esiste, è nella Storia. Carnefici e vittime non sono altro, in un certo senso, che uomini comuni; ma è proprio l’azione del singolo, suggerisce il film, a fare la differenza.

Al pari di molto cinema del connazionale Andrzej Wajda – autore del già citato I dannati di Varsavia – il film di Agnieszka Holland è un affresco storico a cui nulla sfugge, tracciato con segni sicuri e nitidi, e al contempo è una riflessione che per la sua portata trascende la contingenza degli eventi narrati. E’ anche, a suo modo, un invito ad opporsi a uno status quo che sembra immutabile e a guardare invece la realtà in cerca di prospettive e possibilità diverse. Tratto dal libro Nelle fogne di Lvov di Robert Marshall il film si ispira tra l’altro a una vicenda realmente avvenuta, ed è dedicato a Marek Edelman, militante del Bund (Unione Generale dei Lavori Ebrei), promotore della rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943 e unico comandante sopravvissuto alla guerra.

Trama

Leopold Socha è un ispettore fognario nella Leopoli occupata dai nazisti. Quando trova un gruppo di ebrei che si è rifugiato nelle fognature decide di mantenere il segreto in cambio di denaro. Ma le vicissitudini della guerra lo porteranno a riconsiderare il proprio comportamento e a mettere da parte avidità e cinismo.