il traditore recensione

Il traditore

Con Il traditore Marco Bellocchio riesce nell’impresa di dirigere un mafia-movie che non si prostra di fronte all’usurato immaginario contemporaneo, ragionando sulla Storia e sulla “ricostruzione”.

Sembra incredibile, ma con Il traditore Marco Bellocchio è riuscito in un’impresa che pochi avrebbero creduto possibile quando si era sparsa la voce che stesse lavorando a un film su una delle più controverse figure dell’universo della criminalità organizzata made in Italy degli ultimi quarant’anni di storia patria. E cioè realizzare un lungometraggio incentrato su argomenti ripercorsi fin troppo a lungo dai media e dalla televisione senza scadere nella gomorrizzazione glamour che ormai da una decina d’anni ha relegato al rango di format passivo e stereotipato ogni storia che racconti vicende in odore di criminalità organizzata.
Come già era successo con Buongiorno, notte (e con numerosi altri lungometraggi in cui Bellocchio aveva in passato già guardato alla realtà del paese per riflettere con lucidità chirurgica su alcuni snodi cruciali della sua tribolata storia recente), anche in questo anomalo biopic il suo non è un approccio cronachistico alla vita e ai miracoli di un personaggio eminente, quanto piuttosto il ritratto di un intero paese disegnato attraverso l’autopsia interiore di chi ne è stato volente o nolente uno degli attori principali. E quell’attore risponde al nome di Tommaso Buscetta. Il traditore del titolo è lui. Soldato semplice di Cosa Nostra (come lui stesso si definisce in uno dei lunghi colloqui avuti con Giovanni Falcone nei 45 giorni trascorsi a descrivere nel dettaglio l’organizzazione piramidale delle cosche mafiose denunciandone decine e decine di affiliati poi condannati a scontare centinaia di anni di detenzione), questo palermitano nato povero ma poi divenuto un amante della bella vita, del lusso, delle donne e animato da un’etica del crimine molto sui generis e ancorata a valori già obsoleti anche solo agli inizi degli anni ’80 è stato la prima gola profonda in un mondo in cui secoli di omertà ne hanno perpetuamente protetto riti, costumanze e miti sotto un velo di complice e timoroso silenzio.

Senza le rivelazioni di Don Masino (“il boss dei due mondi”, come le cronache dell’epoca iniziarono subito a descriverlo per via del suo essersi diviso tra latitanza brasiliana e attività criminale in terra sicula), la maggior parte di quel che oggi sappiamo di Cosa Nostra non solo a livello di organizzazione interna ma anche di nomi e cognomi dei capi bastone che ne hanno retto le fila per decenni sarebbe ben poca cosa.
Ma a Bellocchio questo interessa solo fino a un certo punto. Anche se i primi 40 minuti del suo film sono di fatto una specie di introduzione compendiaria a ciò che precede l’arresto e l’estradizione di Buscetta dal Brasile nel 1984. E cioè la guerra che agli inizi degli anni ’80 scoppia tra la vecchia guardia della mafia palermitana (di cui Don Masino era uno dei rappresentanti più carismatici insieme a capibastone storici quali Stefano Bontate e Pippo Calò) e le forze emergenti delle cosche corleonesi (con Totò Riina pronto a falcidiare in massa i rivali in un crescendo di sangue che lo spettatore ripercorre visivamente vedendo scorrere sullo schermo il numero di vittime lasciate a terra nel giro di pochi anni). Guerra la cui diretta conseguenza fu appunto la progressiva emarginazione dei vecchi patriarchi travolti dall’imporsi del narcotraffico internazionale sugli altri tipi di attività illecite praticate con successo dalle varie cosche palermitane fino a quegli anni.
A Bellocchio questo scenario di guerra intestina fino all’ultima vittima interessa solo per allestire il palcoscenico su cui l’(anti)eroe della sua storia campeggerà michelangiolesco divorandosi la scena per due lunghe ore. E non si usa qui a caso il linguaggio del teatro. Fin dalla sua prima apparizione, Don Masino appare infatti immerso in un gioco pirandelliano delle parti in cui tutti recitano nei panni di qualche personaggio archetipale in un valzer esistenziale la cui colonna sonora è però scandita da faide tra clan e fiumi di sangue che scorrono in nome della scalata al controllo totale del narcotraffico internazionale e del potere in terra di Sicilia.

Anche se poi una violenza quanto mai realistica domina la scena senza lasciare spazio al benché minimo spiraglio di umanità, tutto è teatro e Bellocchio lo fa capire fin dalla sequenza d’apertura (un mix citazionistico tra quella di chiusura de Il gattopardo e quella iniziale de Il Padrino): in occasione della festa in onore di Santa Rosalia del 1980, il gotha dei clan mafiosi si riunisce a casa del boss Bontate per firmare una specie di tregua sedativa. Ma si tratta solo di pura finzione. E Buscetta lo conferma aggirandosi sornione tra gli invitati con lo sguardo di chi ha capito tutto ma sa di non poter far nulla per evitare il disastro.
In questo teatrino dell’orrore (il cui apice è forse rappresentato dall’accuratissima ricostruzione del maxiprocesso di Palermo dove il grande accusatore contribuì alla condanna di decine di mammasantissima fino a quel momento primule rosse inafferrabili) Bellocchio fa muovere il suo Don Masino come se fosse il solo essere umano che non recita a soggetto. Buscetta è un uomo tutto d’un pezzo che obbedisce al suo personalissimo codice d’onore e ha un’etica radicata nei valori della criminalità di un passato che non può più tornare: la Famiglia – quella di sangue e quella criminale – ne è il vertice sommitale, con al centro la figura del patriarca-padrone, padre di otto figli ma anche amorevole marito (specie della terza moglie, la brasiliana Maria Cristina Guimarães destinata a seguirlo anche negli USA dove Buscetta si ricostruì una vita sotto protezione e falso nome fino alla morte nel 2000), nonché sodale leale di quanti crede alleati per poi tradirli tutti una volta scopertine i troppi voltafaccia.

Scavando nell’anima di questa figura controversa e in parte anche demitizzata nel suo ruolo di arbitro di destini altrui (soprattutto quando la sua testimonianza si rivelò inattendibile nell’ambito del processo che vedeva Andreotti imputato come mandante di alcune morti eccellenti in Sicilia), Bellocchio porta alla luce il ganglio di contraddizioni insanabili che la rendono inafferrabile. Quando si accorge che la sua versione di mondo sta per essere travolta dalla brutalità del nuovo che avanza e che terrà le fila per almeno due decenni nell’universo di Cosa Nostra, Don Masino decide di essere il primo pentito illustre in un mondo dominato per secoli dall’omertà di clan. Da quel momento in poi tradisce tutti e tutto quel che può tradire. Tutti salvo se stesso e i valori in cui ha sempre creduto. Se nelle gabbie allestite per il maxiprocesso palermitano del 1986 i vari Riina, Calò, e la peggio gioventù della lupara bianca gli si avventano addosso come cani di una muta impazzita incapaci di accettare l’infamia del suo tradimento, Buscetta li affronta con la strafottenza di una superiorità elettiva in cui ha sempre creduto. Quella diversità antropologica che anche nel film sembra riconoscergli lo stesso Giovanni Falcone: dopo 45 giorni di serrati colloqui, alla fine pare quasi che il solo vero eroe italiano di quegli anni di sangue e fango arrivi a tributargli l’onore delle armi. A lui che eroe non si credette mai, convinto com’era (e come per altro lo raffigura il film di Bellocchio) di aver denunciato un intero sistema per salvare soltanto se stesso lasciando affondare quello stesso mondo che volente o nolente aveva creato il suo personaggio.

Il traditore era il solo film italiano in concorso a Cannes. La giuria l’ha però snobbato, noncurante lunghi minuti di applausi che il pubblico in sala ha invece tributato non solo alla pellicola in sé ma anche a Piefrancesco Favino che con questa sua immedesimazione totale nel personaggio di Don Masino Buscetta ha forse confermato un’idea che in molti operatori del mondo cinematografico di casa nostra si sono fatti di lui negli ultimi dieci anni. E cioè che tra gli attori italiani giunti al giro di boa di metà secolo sia di gran lunga non solo uno dei più dotati in assoluto, ma soprattutto il più duttile e adattabile su cui il nostro cinema possa contare.
Chiamato a restituire sullo schermo il più controverso ma allo stesso tempo sinistramente affascinante personaggio degli ultimi cinquant’anni di storia patria, Favino è riuscito nell’ardua impresa di una mimesi fisica quasi totale. La sua non è infatti una semplice interpretazione di un ruolo, quanto piuttosto una sorta di trasformazione integrale in qualcosa di altro da sé. Al punto da non essere affatto intimorito da quella che era una sfida quasi impossibile a livello linguistico. Sfida vinta invece da Favino con una facilità quasi sfacciata. E cioè dare credibilità alla parlata multistrato che rese ancora più enigmatico il personaggio di Tommaso Buscetta, capace di alternare il siciliano stretto (quello della Palermo della miseria dove era nato ultimo di 17 figli) a una sorta di grammelot fatto di portoghese, italiano e dialetto ma anche pronto a elevarsi a un italiano quasi sofisticato nei lunghi interrogatori/conversazioni con Giovanni Falcone.
Costruito dopo un lungo lavoro di ricerca non solo sull’immensa mole di atti giudiziari e fonti storiche ma anche sulla lettura delle testimonianze di chi Buscetta lo aveva conosciuto bene (da Saverio Lodato che gli fece l’ultima intervista alle confidenze dell’amico Ciccio Lodato passando per quanto scritto da Pino Arlacchi nel suo volume Addio Cosa Nostra), Il traditore è un film complesso che dall’indagine nella psiche complessa del più sfuggente dei boss mafiosi apparsi sulla scena del crimine siciliano e internazionale si eleva a ritratto panoramico di un’intera società e della sua inconscia fascinazione per una malattia endemica di cui da decenni sta tentando invano di liberarsi lasciandosi però affascinare dal contagio senza nemmeno rendersi conto appieno di esserne affetto nei recessi più profondi del proprio DNA culturale.

Come già accadeva per l’atteggiamento del popolo italiano nei confronti del Fascismo descritto da Bellocchio nel suo Vincere, anche in questa sua nuova immersione nei meandri mefitici di un paese troppo malato per poter essere curato il regista piacentino raffigura l’Italia e gli italiani nella propria incapacità congenita di liberarsi di una mentalità che li porta da sempre a scegliere la facile scorciatoia disonesta in luogo delle asperità della virtù. E poco importa che in Buscetta e co. questa propensione naturale all’illegalità diventi la leva delinquenziale con cui sollevare il mondo e tenerlo in pugno stabilendovi la legge della propria giungla criminale.
Ciò che conta davvero è che una forma mentis come questa sia il sigillo identitario di un’intera nazione. Come Buscetta stesso ammette quando, in uno degli incontri con Giovanni Falcone nel prefinale del film, confessa di non essersi mai riuscito a liberare di quella mentalità. Pur avendo scelto di denunciarne la diffusione endemica nel vano tentativo di contenere gli effetti devastanti nel fragile tessuto di una società da sempre priva degli anticorpi necessari per fronteggiarne il proliferare.