Il rosso e il blu un film di

Il rosso e il blu del titolo sono i colori della celebre e temutissima matita a due punte con cui generazioni di insegnanti hanno corretto per anni i compiti in classe dei propri studenti differenziando in maniera cromaticamente netta la gravità degli errori commessi nei compiti in classe.
Nel nuovo film diretto da Giuseppe Piccioni e tratto dal romanzo di Marco Lodoli (scrittore, sceneggiatore ma sopratutto da molti anni insegnante di italiano in un istituto professionale della periferia romana) Il rosso e il blu. Cuori ed errori nella scuola italiana, la metafora di questi due colori diventa un riassunto visivo immediato di un mondo, quello della scuola, da sempre immobile nella sua sordità all’adeguamento dei cambi sociali in corso e testardamente impermeabile alle trasformazioni radicali che il mondo “fuori” subisce giorno dopo giorno e che le molte riforme succedutesi nell”ultimo ventennio hanno cercato invano di inseguire adeguando modelli pedagogici sempre in salita a una generazione di discenti sorda a tutto.

Protagonista del film è l’universo di una scuola romana – né centrale né periferica ma sufficientemente esemplare da sembrare vera – all”interno del quale si agitano come in un acquario umano le figure di una preside tutta regolamento e distintivo, un anziano docente di storia dell’arte disilluso fino ai limiti del cinismo e un giovane supplente di italiano, animato da furore missionario e convinto di poter guarire a colpi di poesia l’apatia patologica degli studenti che ha in classe, ma costretto suo malgrado a scontrarsi con la disillusione cronica di una generazione che sembra non avere più nulla in cui credere.

Intrinsecamente legate alle figure di questi tre personaggi principali (veri e propri bignami concettuali dei vari modi possibili di rapportarsi all’universo scolastico) e al loro relazionarsi reciproco a livello professionale e umano ci sono le quattro vicende che costituiscono la spina dorsale narrativa del film: la preside che finisce col farsi coinvolgere in prima persona nel caso di un quattordicenne abbandonato dalla madre single; l’attempato docente di storia dell’arte schifato da tutto e tutti che ritrova la voglia di vivere e di incidere culturalmente sui ragazzi grazie all’incontro con una ex studentessa del passato; il supplente fascinoso e illuso di poter cambiare il mondo ma costretto a fare i conti con l’apatia generazionale del materiale umano in circolazione; e infine due ragazzi che – per motivi diversissimi –  tentano invano di convertire in atti la rabbia giovane che li divora dentro.

Vicende queste che, dopo una prima parte molto più incisiva e riuscita nel suo essere quasi integralmente dedicata a introdurre lo spettatore al mondo della scuola e alle complesse dinamiche generazionali e socio-culturali che ne governano i precari equilibri, prendono campo sempre di più nella seconda parte del film. Che di fatto perde un po’ di forza d’urto perché smarrisce lo smalto iniziale andandosi ad afflosciare sui risvolti intimi delle vite dei personaggi in scena per favorire la trattazione di temi universali ma necessariamente generici (l’adolescenza negata e la frigidità sentimentale della preside, il cupio dissolvi del docente di storia dell’arte ormai così disincantato e deluso da tentare il suicidio, il brusco risveglio del supplente dal suo sogno di essere dentro un remake borgataro de L’attimo fuggente).

Ritratto realistico di un mondo in cui frustrazione (del corpo docente, umiliato dalla mancanza di rispetto sociale e professionale) e assenza di stimoli (da parte di quello discente, affetto da passività cronica e attirato solo dai falsi miti di possesso materiale di oggetti di consumo) sono le due forze antitetiche che tengono in vita un organismo irreparabilmente avviato al collasso strutturale e formativo, Il rosso e il blu è di fatto solo in apparenza il dagherrotipo di uno sfascio irredimibile: grazie alle esperienza maturate in classe e proprio grazie al contatto con gli studenti, i tre personaggi principali arrivano a capire che il proprio ruolo non è quello di detonatori del fallimento in menti che devono ancora sperimentare il peso dello scacco esistenziale convertendosi in adulti senza speranza, bensì quello di sfruttare la propria posizione di educatori per allenare delle giovani menti al confronto realistico con la vita, predisponendole a un futuro di costruzione responsabile anziché a una torva discesa verso il tracollo.

La scuola diventa così di nuovo quella fabbrica del domani che per troppi anni non è stata, sfornando generazioni di menomati culturali resi tali dal contatto con docenti a loro volta segnati dalla consapevolezza di non essere più guide per nessuno, impauriti dalla consapevolezza di essere portatori sani di valori fuori moda, umiliati dalla mancanza di rispetto sociale e impoveriti materialmente da stipendi da fame e dall’esercizio di una professione avvilita dal contesto di sfascio strutturale in cui viene esercitata. E alla del film si ha voglia di credere che i giorni più bui della scuola pubblica italiana possano presto diventare un ricordo riconvertendola in quella palestra di idee che in passato ha formato il meglio delle generazioni che hanno costruito le basi di questo paese.

Straordinari i tre attori impegnati nei panni dei personaggi principali, con la Buy antica habitué del cinema di Piccioni sin dai tempi di Fuori dal mondo (e qui curiosamente di nuovo alle prese con una vicenda di maternità frustrata e surrogata), Riccardo Scamarcio finalmente convincente in un ruolo complesso e articolato in cui l’avvenenza fisica è soltanto un mero accessorio, ma sopratutto uno straordinario Roberto Herlitzka che, non ostante i 75 anni, riesce a non far sembrare il suo cinico e disincantato professore di storia dell’arte fuori tempo massimo sul piano amministrativo. Tutte le scene della prima parte in cui è lui il protagonista-mattatore (due delle quali – il colloquio coi genitori e il primo impatto col supplente – diventeranno inevitabilmente cult sia nel mondo della scuola che fuori) strappano risate di testa e di cuore non solo per la bellissima caratterizzazione del personaggio che gli è stato cucito addosso, ma per la forza travolgente con cui questo autentico patrimonio del cinema di casa nostra ne interpreta gli astratti furori culturali e umani.

Trama

In un liceo romano si intrecciano quattro diverse vicende: una preside tutta regolamento e distintivo si vede costretta suo malgrado a occuparsi di un quattordicenne dimenticato dalla madre; un anziano docente di storia dell’arte reso cinico dalla disillusione professionale ritrova stimoli sul lavoro grazie all’incontro con una ex studentessa; un giovane supplente al primo incarico e convinto di poter incidere sugli alunni a colpi di poesia si scontra con la dura realtà della classe; un ragazzo e una ragazza decidono insieme di sfidare il marciume della società dei consumi ma anche l’angoscia di un destino che sembra già preconfezionato dalle rispettive famiglie.