Il prigioniero coreano un film di

Kim Ki-duk, autore di un cinema tendenzialmente rarefatto e raffinatissimo, il più delle volte sfacciatamente spietato, ha abituato da tempo il suo pubblico ad un linguaggio che rifiuta in toto qualsivoglia compromesso: per le dilatazioni e le sospensioni temporali, per la scarsità e l’asciuttezza dei dialoghi, per la programmatica esibizione della violenza e della crudeltà sempre intese e percepite come pulsioni irrimediabilmente connaturate all’agire umano.

Con il suo ultimo film, pur senza tradire l’essenza di quello che fino a oggi è stato il suo peculiare modus operandi, l’autore coreano sembra tuttavia guardare a priorità in qualche modo differenti, prima fra tutte quella di comunicare in modo estremamente limpido e trasparente un qualcosa che sia, sotto ogni aspetto, perfettamente intelligibile a ogni latitudine e per qualunque cultura, pur presentando una storia che si fa specchio di una realtà geopolitica e culturale assolutamente specifica: quella delle due Coree, ovvero quella dell’autore.

Nam Chul-woo è un giovane pescatore nordcoreano che vive con la moglie e la figlia nei pressi del confine. La barca è tutto ciò che possiede, tutto ciò che gli permette di sfamare la sua piccola famiglia. E’ un cuore puro, e la durezza della vita non può scalfirlo.

Un giorno però la rete si impiglia nell’elica e la corrente, impietosa, lo trascina dove non dovrebbe: casualmente, mentre agita le braccia per chiedere aiuto e mentre i militari lo tengono già sotto tiro osservandolo attraverso il mirino dei fucili, varca il confine.

E’ a questo punto che inizia per lui un calvario esasperante e surreale, fatto di torture psicologiche e violenze fisiche, sineddoche della quotidiana follia di una nazione lacerata e divisa che sembra voler investire tutte le proprie forze in un cieco e ostinato esperimento di autofagocitazione. Perché quello che il pescatore subisce a Sud, una volta rimpatriato, dovrà poi subirlo in modo pressoché identico e speculare anche a Nord: paranoica diffidenza, tentativi di manipolazione, abusi, coercizione, vere e proprie aggressioni.

Sarebbe stato facile, e scontato, mettere a punto un elenco delle storture e degli orrori di quello che è, notoriamente, un sistema dittatoriale e totalitario. Non ce n’è bisogno, e bastano una manciata di sequenze girate con la consueta maestria di Kim Ki-duk a esorcizzare il rischio di dimenticarlo. Più interessante è invece osservare, attraverso lo sguardo mite e incorruttibile del pescatore, le devianze e le contraddizioni del nostro mondo capitalista, nel quale anche le donne sono libere, libere di vendere il proprio corpo per strada per mantenere una madre anziana o un fratello che studia all’università. Nam Chul-woo non se ne capacita, e se in principio rifiutava perfino di aprire gli occhi forse per paura di venire sedotto dalle lusinghe del consumismo, dopo aver guardato in faccia il mostro tentacolare che conosciamo bene è ancora più sicuro di voler tornare, quanto prima, alla meravigliosa semplicità della sua povera vita in riva al mare. Nonostante il ritratto di Kim Jong-un appeso alla parete, che lo osserva costantemente.

Quello de Il prigioniero coreano è un Kim Ki-duk meno corrosivo e astratto del solito, e anche meno contemplativo ed estatico.

Quello de Il prigioniero coreano è un Kim Ki-duk meno corrosivo e astratto del solito, e anche meno contemplativo ed estatico. Più toccante, più umano, più indulgente con lo spettatore – che non ha intenzione di ferire o provocare ma neppure di incantare con la perfezione delle forme. E’ un Kim ki-duk che fa un passo non indietro, ma lateralmente, potremmo immaginare, in direzione di una semplificazione/sottrazione stilistica e linguistica che guardi a un ideale di essenzialità e purezza. Un grado zero del linguaggio – in cui però ogni cosa è calcolata – che sia anche mezzo per spingere lo spettatore a spostare lo sguardo dalla forma al contenuto. Per sollevare una domanda che non può che restare, irreparabilmente, senza risposta: fin dove può arrivare, a prescindere dalla bontà dell’intenzione, la presunzione del pensiero occidentocentrico? E con quali conseguenze? Quante e quali cose restano e resteranno per sempre fuori dal nostro – limitato, comunque parziale – punto di vista, che si crede invece a torto pericolosamente onnicomprensivo e oggettivo?