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Il mestiere delle armi un film di

ilmestieredellearmiUna delle più belle composizioni del XIV secolo è certamente la “Missa l’homme armé” di Guillaume Dufay, un musicista fiammingo che fu alla corte di Borgogna e dei Malatesta. Ma chi è veramente questo uomo d’armi? E’ colui che dedica anima e corpo, ossia l’intera vita, alla causa militare in nome del suo signore. Un soldato di ventura. E tale era Giovanni de Medici (1498-1526), meglio noto dopo la sua morte come Giovanni dalle Bande Nere, che era al servizio di papa Leone X.
Il suo strenuo tentativo di fermare l’esercito dei Lanzichenecchi, segretamente appoggiato dal duca d’Este di Ferrara, in marcia verso Roma, verrà interrotto dal proprio ferimento, cui seguiranno l’amputazione di una gamba e la morte.

Il quadro dell’uomo solo di fronte alla propria morte azzera ogni vanità e sogno di grandezza, rivelandone tutta la vacuità. E invece il rito si chiede con l’onore delle armi e con la celebrazione dell’eroe. Se nella prima parte del sedicesimo film di Ermanno Olmi il regista abbraccia, per così dire, il punto di vista della guerra nel suo costruirsi meticoloso e terribile servendosi di un linguaggio oggettivo e rigoroso, nella seconda invece si rafforza l’idea di una figura principale di un protagonista che sembra muoversi da solo, con l’orgoglio e la baldanza del difensore della fede cattolica, mentre su uno sfondo nebbioso avviene il passaggio monotono di uomini e armi. Di intonazione quasi ignaziana, la fede di Giovanni non conosce cedimento alcuno sul versante delle armi, mentre sul piano privato egli ha una bella amante sposata cui darà un figlio.

Girato prevalentemente in esterni bulgari e in alcuni castelli lombardi (Soncino e Mantova), “Il mestiere delle armi” soffre delle contraddizioni di un autore dagli esiti diseguali, che segue un ideale iconico, antinarrativo, antidivistico, con una precisione filologica quasi maniacale, senza tuttavia quella coerenza che in fondo ci si poteva attendere.
In altre parole l’idea di guerra come speculum vitae, nonostante l’uso di un linguaggio interiorizzato in funzione poetica (con sequenze paragonabili a quadri staccati come quello dell’amputazione della gamba, che possiede l’intensità di una rappresentazione mistica di sorprendente laicità), non raggiunge la bellezza necessaria dell’apologo sulla guerra come menzogna e follia.

L’assenza di uno sguardo critico (abbracciando Olmi la causa della fede di Giovanni e al tempo stesso l’urgenza di una vera religiosità popolare, come recita perfettamente la sequenza della tentata distruzione del crocifisso) ridimensiona il film ad un fin troppo suggestivo esercizio di stile.

Maurizio Fantoni Minnella

*Un eroe puro e solitario

Il mestiere delle armi racconta la Passione di Giovanni dalle Bande Nere, capitano di ventura che, alla testa dell’esercito della Lega di Cognac, combattè contro i Lanzichenecchi di Carlo V.
Sorta di pendant maschile alla Giovanna d’Arco di Dreyer, il protagonista del film di Ermanno Olmi è, infatti, un eroe solitario, puro, impetuoso e intransigente.

In un mondo popolato da ombre e vuoti simulacri, Giovanni sembra stagliarsi, unico essere umano, contro una torma di cavalieri inesistenti. L’indomito capitano di ventura non fugge davanti a nulla e, anche dopo essere stato ferito gravemente dalle “bocche di fuoco” dei nemici, continua imperterrito a mantenere, su se stesso e sulla realtà, uno sguardo lucido e implacabile.
Giovanni non chiude gli occhi nemmeno davanti all’amputazione della sua gamba e, con una fede incrollabile in se stesso e nell’Onnipotente, raccomanda, per lettera, alla moglie di non essere pronta a credere al male e le assicura che, alla prima svolta di luna, potrà tornare a casa. Stessa fermezza e dignità caratterizzano anche la sua amante: la donna, prossima a partorire, non pretende nulla per se stessa ma si preoccupa esclusivamente della sua creatura.

Intenzione principale del film di Olmi è, allora, quella di ricordare al distratto spettatore virtù dimenticate quali la coerenza, l’austerità, la passione.
Il tutto, in un’opera figurativamente altissima e ricca di riferimenti iconografici: il gioco di lance che coprono il cielo evoca un famoso dipinto di Piero della Francesca, così come la deposizione di Giovanni, privo ormai della gamba, sembra guardare alla dolente raffigurazione del Cristo di Andrea Mantegna.
Anche dal punto di vista della ricostruzione storica, il lavoro fatto da Olmi è considerevole e colpisce, al di là dei costumi e delle scenografie, per la cura riservata alla ri-creazione del linguaggio dell’epoca.
Insomma, il rigore, la bellezza, la profondità che Olmi pare reclamare, con forza e pacatezza, come necessità primarie, per l’uomo e la donna di tutti i tempi, non mancano certo al suo film.

Mariella Cruciani