Il filo nascosto un film di

C’è un filo nemmeno troppo nascosto che lega questo ottavo film del californiano Paul Thomas Anderson a Il petroliere e The Master. Ovvero quelli che forse sono a tutt’oggi i titoli più importanti e ingombranti di una produzione che, pur se esigua in termini di quantità, lo ha però proiettato con prepotenza nell’empireo degli autori di punta del panorama cinematografico internazionale.

Al centro di tutti e tre i film c’è infatti un’ossessione convertita in tema. E cioè i rapporti di forza che si instaurano o tra individui impegnati a imporre la propria volontà di potenza sui simili che intendono assoggettare (si vedano i casi del plagio psicologico in The Master o ancor prima del torvo conflitto padre-figlio in Magnolia), o ancora tra esseri umani decisi a combattere le forze della Natura per averne ragione (come accadeva ne Il petroliere).

Ne Il filo nascosto (il cui soggetto è vagamente ispirato The Master of US All, biografia dello stilista Cristobal Balenciaga scritta qualche anno fa da Mary Blunt) tocca invece all’amore essere messo al centro di uno di questi giochi di forza tra diverse parti in competizione. Che, nel caso presente, sono attori molto particolari all’interno di un gioco delle parti alquanto cerebrale in cui non mancano sfumature di sadomasochismo mentale ma anche intricate dinamiche affettive strettamente connesse alla complessità dei personaggi coinvolti, cui si aggiungono pure non indifferenti complicazioni da lettino dello psicanalista.

Da una parte c’è Reynolds Woodcock, couturier di lusso — imbalsamato in una routine maniacale in cui ogni gesto è votato al culto della creazione — che nella Londra del primo dopoguerra realizza capi unici e irripetibili non solo per la casa reale inglese e altre teste coronate d’Europa, ma anche per ricche ereditiere, stelle del cinema e semplici debuttanti, tutte donne accomunate dal desiderio di mettersi addosso qualcosa che nessun’altra al mondo può avere uguale.

Dall’altra c’è invece Alma, una ragazza ambiziosa ma lontana anni luce dall’ambiente tutto glamour e sofisticazione in cui operano Reynolds e lo stuolo di donne (ivi inclusa la glaciale sorella Cyril, anima commerciale della maison) che gravitano intorno al maestro come pianeti adoranti in moto centrifugo verso il sole creativo che lui è per loro.

Alma fa la cameriera e probabilmente continuerebbe a farlo se un giorno Woodcock non capitasse nel pub sulla costa gallese in cui lei serve ai tavoli. È in quel momento che scatta la scintilla fatale destinata a infiammare il cuore in inverno di Reynolds trasformandola progressivamente da musa ispiratrice trovata per caso ai margini della Vita in moglie devota prima e in aguzzina emotiva poi, capace di tenerlo in pugno anche quando lui s’illude di potersene sbarazzare come farebbe con un vestito non riuscito alla perfezione.

Tutto finirebbe con l’essere la classica riproposizione di una tormentata storia d’amore tra un genio molto sui generis e la donna capace di dargli qualcosa di diverso e di più rispetto alla devozione cieca che troppe altre hanno mostrato di potergli dare. Se non fosse che Reynolds non è soltanto ciò che appare a prima vista. E cioè un maniaco egoista ed egocentrico fanatico dell’ordine e della ritualità dei gesti, ingabbiato in un’esistenza fatta su misura (da lui per se stesso) nella quale c’è spazio soltanto per la corsa verso la perfezione e la bellezza.

Nella testa di Reynolds tutta ragione e poco slancio affettivo si agitano invece folle di fantasmi, bloccati e braccati dai lustrini della Vita di fuori che impediscono loro di esplodere soggiogando la razionalità algida che li relega nel subconscio. Ed è lì che si annidano, saltabeccando tra il rapporto irrisolto con la madre, l’ossessione per le superstizioni (una ciocca di capelli materni nascosta in una giacca), l’insofferenza per tutto ciò che può essere una distrazione e il terrore che la ragioni del cuore lo inducano a trascurare anche solo per un attimo l’irrefrenabile tensione verso il sublime.

L’irrompere di Alma in questo scenario (interpretata dalla lussemburghese Vicky Krieps che, per quanto bravissima a stare a galla accanto a un mostro sacro del calibro di Day-Lewis, nella versione originale fatica a essere credibile come ragazza gallese per via di un accento a dir poco spurio) è il classico elefante nella cristalleria boema. Partita in sordina e decisa ad accettare indicibili soprusi a sfondo sadico, è invece lei ad avere il sopravvento in questo scontro sul ring dei sentimenti. E quando, col passare del tempo, si accorge di aver perso lo smalto iniziale di musa ispiratrice, pur di avere Reynolds tutto per sé e di non doverlo dividere con le sue ossessioni demiurgiche finendo così col sostituirsi simbolicamente alla madre, arriva ad avvelenarlo con funghi tossici per poterlo poi accudire come un figlio in pericolo di vita.

La tormentata storia d’amore tra Reynolds e Alma sembra sulle prime la cronaca di un cannibalismo sentimentale in cui vittima e carnefice giocano a scambiarsi i ruoli a seconda delle fasi del suo evolversi. Ma in realtà la contemplazione di questo reciproco divorarsi (dissezionato col bisturi di una scrittura feroce che fa pensare al gelido Bergman di Passione e di Persona) diventa ben presto un gioco di tutt’altro tipo colorandosi dei tratti del thriller psicologico in cui la ricerca di un corpo e l’ossessione che ne deriva fanno invece pensare a riferimenti all’Hitchcock de La donna che visse due volte, Il sospetto e Rebecca – La prima moglie.

Candidato a sei Oscar nelle categorie più importanti della kermesse (ivi compresa quella per la miglior colonna sonora, magnifico mix di melodie classiche e tormentati momenti d’autore curata ancora una volta da Jonny Greenwood, chitarra solista dei Radiohead e qui alla quinta collaborazione con Anderson) e forse uno dei titoli più attesi dell’intera stagione in corso, Il filo nascosto è stato presentato più che altro come il primo film non americano del talentuoso Anderson, il primo nel quale sia stato lui stesso a curare la fotografia con maniacale attenzione ai dettagli, ma soprattutto come il testamento attoriale di Daniel Day-Lewis (che ha dichiarato di aver chiuso qui la sua carriera dietro la macchina da presa). Ma ovviamente le cose non stanno certo così.

…sontuoso esercizio di stile nel quale Anderson ha dimostrato l’impossibilità di investigare le pieghe dell’animo umano.

Questo ottavo film del più europeo dei registi americani della generazione dei quasi cinquantenni non è soltanto la rivisitazione di alcuni leitmotiv del suo cinema, quanto piuttosto un sontuoso esercizio di stile nel quale Anderson ha dimostrato una volta di più l’impossibilità di investigare le pieghe dell’animo umano quando è investito dalla tempesta di sentimenti scatenata dal conflitto tra amore e odio. Uno scontro tra due forze indissolubilmente legate da quel filo nascosto cui il titolo del film allude comprendendo nella sua potente sintesi tanto la tormentata love story dei due protagonisti e le trame occulte che ne orchestrano l’evolversi nel tempo quanto la realtà vera che si cela dietro le apparenze (così come i corpi in carne e ossa e il loro richiamo carnale rimangono celati sotto la stoffa dei vestiti e non vengono mai mostrati in nome di un pudore che conferma la volontà di alludere anziché di sbandierare).

Ma se questo esercizio di stile non rimane pura astrazione ma si eleva a film-modello, Anderson lo deve in gran parte al due volte Oscar Daniel Day-Lewis (la seconda delle quali proprio per Il petroliere), qui nuovamente capace di interiorizzare il personaggio interpretato al punto da farlo del tutto suo in una performance che affida a lunghi ed eloquentissimi silenzi il ritratto di una personalità troppo caleidoscopicamente complessa per essere affidata soltanto all’affabulazione del dialogo.