Il figlio di Saul

E’ un film sconvolgente e indimenticabile Il figlio di Saul. Perché racconta la Shoah – irrapresentabile per definizione – in un modo che nessuno aveva mai fatto prima. Ci fa entrare dentro le viscere dell’inferno di Auschwitz, per vedere tutto ciò che vede e vive Saul, deportato ungherese, membro di un Sonderkommando, incaricato cioè dell’eliminazione degli altri prigionieri. La macchina da presa sta costantemente sul viso di Saul e sulla sua nuca, tutto ciò che Saul incontra sul suo cammino è quasi sempre sfocato, ma è carico di orrore: corpi nudi da buttare nel forno crematorio, tracce di sangue sul pavimento, mucchi di vestiti in cui frugare alla ricerca di qualche oggetto prezioso. Saul si muove costantemente per i cunicoli del lager, pulisce le tracce dello sterminio, scambia di nascosto informazioni con i compagni del commando che progettano una rivolta. E intanto cerca un rabbino che possa seppellire con la preghiera del Kaddish il corpo di un ragazzo che era incredibilmente sopravvissuto alla camera a gas e che è stato subito ucciso dai nazisti. Quel ragazzo è il figlio di Saul? Non lo sappiamo, lui dice di sì, qualcun altro sostiene che Saul non ha mai avuto bambini. Ma il tentativo di dare un’adeguata sepoltura religiosa a quel ragazzo senza nome diventa l’unica cosa che conta per Saul. E aiutare gli altri componenti del Sonderkommando a realizzare il progetto di rivolta non è più importante. Come gli rimprovera il suo compagno di sventura Abraham, tradisce i vivi per seppellire un morto.

Forse per questo riesce difficile per lo spettatore entrare in sintonia con Saul e con la sua missione all’interno del lager. Il tentativo di trovare un rabbino disposto a correre un così grande rischio è un filo conduttore “alto” e dalle profonde implicazioni morali che non riesce però a diventare occasione di autentico sviluppo drammaturgico. Il meglio del film è altrove, nel suo punto di vista “quasi in soggettiva” che ci conduce come mai prima nell’abisso di Auschwitz-Birkenau, un caotico eppure perfettamente organizzato ammasso di corpi, montagne di ceneri da disperdere nel fiume dopo i fumi delle camere a gas, di spazi bui e fetidi, il tutto accompagnato in ogni momento dagli ordini urlati dai comandanti nazisti. Ci siamo dentro, sconvolti e ammirati dalla capacità del regista (e del direttore della fotografia Mathias Erdély) di evocare tutto questo. Non c’è retorica, non c’è tentativo di commozione, c’è “solo” tutto quello che vivevano ogni giorno i membri di un Sonderkommando, che erano destinati ad essere eliminati dopo quattro mesi di servizio in quanto pericolosi testimoni (solo pochi sono sopravvissuti alla Shoah, fra loro Shlomo Venezia, che è stato consulente di Benigni per La vita è bella).

Il film, premiato l’anno scorso a Cannes con il Grand Prix Speciale della giuria e candidato all’Oscar come migliore opera straniera, è doppiato in italiano solo nelle parti (non molte) che in originale sono in ungherese, per il resto i dialoghi in tedesco, yiddish e polacco sono sottotitolati. Quello che appare essere il cognome di Saul, Ausländer, in tedesco suona non certo casualmente come “straniero”. Intensa e dolente la prova del protagonista Géza Röhrig, attore e poeta ungherese che vive a New York.

TRAMA

Nel lager di Auschwitz-Birkenau, il prigioniero ebreo Saul è componente di un Sonderkommando, un’unità speciale di prigionieri che hanno il compito di eliminare ogni traccia degli altri deportati. Un giorno Saul si accorge che fra i cadaveri appena usciti dalle camere a gas c’è qualcuno ancora vivo, un ragazzo che respira a fatica e che verrà rapidamente eliminato dagli aguzzini nazisti con un’iniezione. Da quel momento Saul decide di dare un’adeguata sepoltura al ragazzo e per farlo ha bisogno di un rabbino che celebri il rito funebre.