Il diritto di contare un film di

Un tuffo nel passato, neppure troppo profondo. Un passato la cui ombra minacciosa, riveduta e corretta, qualcuno scorge dietro gli editti antimmigrati di Donald Trump. Siamo nella Virginia del 1961, in pieno segregazionismo. E neppure nella Virginia rurale dai vecchi costumi, ma quella che prepara il XXI secolo, a Langley, quartier generale della Nasa. Dove però le mense e i servizi igienici sono divisi per razze. Ma la Nasa è la Nasa, deve prendere il meglio che viene dalle scuole e nel meglio c’è ovviamente anche gente di colore, tutti assunti anche se con compiti subalterni. Il diritto di contare (il verbo ha una fin troppo facile doppia lettura) è la storia di un’emancipazione razziale al femminile, un’emancipazione che passa per la storia di tre scienziate nere: la matematica e fisica Katherine Johnson, la leader di un team di calcolatrici afroamericane Dorothy Vaughan e l’aspirante ingegnere astrofisico Mary Jackson.

Alla fine degli anni Cinquanta l’Unione Sovietica ha già lanciato il suo Sputnik, il primo satellite artificiale, dando avvio all’era spaziale. Nel 1961 l’impresa di Gagarin emoziona il mondo, ma umilia gli Stati Uniti. La guerra fredda è allo zenith. Bisogna impegnarsi per battere i concorrenti nella gara per la conquista della Luna. Kennedy preme, il futuro primo astronauta John Glenn scalpita. Ma i mainframes dell’Ibm non hanno ancora sostituito i calcolatori umani della National Aeronautics and Space Administration e i team di ingegneri sono tutti “all male”. I titoli dei giornali sono sempre per loro. Katherine Johnson, la più brava di tutti, finisce un giorno nella stanza dei bottoni: risolve i problemi e poi, perché donna, prende il suo scatolone e torna alla scrivania di partenza. Antifemminismo e razzismo sono i mostri da abbattere. Katherine non s’arrende. E con lei Dorothy e Mary. Anche l’emancipazione femminile e nera è sulla rampa di lancio.

Theodore Melfi, scrivendo e dirigendo il film, sfoglia una pagina sconosciuta della storia della Nasa, una storia scritta tutta al maschile. Ma la regia è spesso convenzionale, prevedibile, senza ambizioni, tutta al servizio della trama, piena di stereotipi (il montaggio alternato che dovrebbe dare suspence a un countdown che ognuno sa come finisce). Alla fine la cifra stilistica del film sta nella professionalità, nella misura, nell’umiltà delle intenzioni, nella maestria degli interpreti, nel leggero sorriso che pervade il tutto, nel prologo astuto ma ruffiano, nella quota di umorismo che si nasconde nel razzismo (la scena del poliziotto col manganello che incrocia le tre donne con l’auto in panne e che, nonostante siano nere, si presta a far loro da staffetta perché lavorano contro i comunisti nella gara spaziale), nei quadretti familiari che raccontano la segregazione nelle piccole cose e soprattutto nella sua antiretorica antirazziale.

Sì, perché il regista non ha alcun interesse a infiggerci il supplizio del politically correct. Lascia però spazio alla speranza offerta dall’America multicolore e avvalora anzitempo l’allarme lasciato da Cupertino dopo l’editto antislamico: non saremmo qui se non avessimo gli immigrati e i clandestini. (Per la cronaca il 63,3% degli abitanti di Cupertino è d’origine asiatica). Conclude il New York Times: il “nazionalismo bianco” sta crescendo negli States dopo la vittoria di Trump. In un veloce scambio di battute tra la protagonista nera e la collega bianca c’è la sintesi perfetta delle posizioni opposte. <<Non ho niente contro di voi>>, dice quest’ultima alludendo al colore della pelle. <<Lo so. So che è quello che lei crede>>, le risponde l’afroamericana, scoprendo il nocciolo del problema.

La mitezza e il sorriso malizioso sono due armi vincenti della vecchia Hollywood, quella dell’epoca raccontata dal film  e anche quella precedente. Al netto del messaggio antirazzista, Il diritto di contare può anche essere lo spunto di un film protofemminista, già visto, con Rosalind Russell o Katharine Hepburn nelle vesti di segretarie abili e scaltre (e furbo si ritiene il distributore italiano che ha anticipato l’uscita del film a mercoledì 8 marzo, festa della donna, in luogo del canonico giovedì). Melfi ci riserva in dosi misurate la denuncia antirazzista, pone il cinismo ai minimi storici, annacqua la solidarietà degli integrazionisti bianchi, è schivo nel denunciare l’apartheid. Si pensa a Preston Sturges, ma solo per rimpiangere quella sua impagabile ironia mordace.

Trama

Tre donne afroamericane lavorano alla Nasa e contribuiscono a mettere a punto il programma che condurrà nello spazio il primo astronauta americano. Il film racconta la loro storia e quanto le loro competenze abbiano influito per contrastare e vincere gli stereotipi masch