il corriere - the mule recensione

Il corriere – The Mule

Con Il corriere – The Mule l’ottantanovenne Clint Eastwood torna anche davanti alla macchina da presa, per interpretare un anziano che si ritrova a lavorare come corriere per conto dei trafficanti di droga messicani.

È tornato Clint Eastwood, quello che sta dietro la macchina da presa ma che riempie anche lo schermo con la sua bellissima faccia rugosa, quello che amiamo, che ci fa emozionare e spesso piangere senza ritegno, ma anche ridere con le sue battute politicamente scorrette. Dai tempi di Gran Torino non vedevamo più un film in cui Clint fosse attore e regista; non a caso lo sceneggiatore è lo stesso di quel capolavoro del 2008, Nick Schenk, non a caso i personaggi principali dei due film hanno più di punto in comune. Come il Walt Kowalski di Gran Torino, il protagonista di The Mule è un reduce di guerra, che ha seminato disastri nella vita familiare e conosce bene la solitudine. Earl Stone è meno scorbutico e meno dichiaratamente razzista, anche se quando si ferma per aiutare una famiglia afroamericana con la macchina in panne sottolinea “Mi piace aiutare voi negri”. Ci piace pensare che Eastwood abbia voluto omaggiare quel suo film, prenderne le mosse per ricominciare una nuova avventura, quasi per ristabilire un contatto immediato con il pubblico, per ribadire che è tornato a fare quello che sa fare meglio, raccontare storie forti, asciutte, eleganti e brutali, raccontare la vita com’è, cupa, storta, sporca e amaramente ironica. The Mule però, beninteso, segue una via originale e accattivante, costruendo per il suo personaggio un percorso che è al tempo stesso di dannazione e redenzione.

La storia del veterano di guerra ottuagenario che diventa il più anziano corriere della droga di sempre è autentica: l’ha raccontata il New York Times nel 2011. Ispirandosi all’insolita figura di Leo Sharp, Clint Eastwood e il suo (eccellente) sceneggiatore Nick Schenk hanno realizzato un film di sicura riuscita, che oscilla fra il dramma familiare, la commedia paradossale e il poliziesco. Il vecchio Earl ha dedicato tutta la vita alla floricultura, sacrificando a questa passione anche il tempo da trascorrere insieme alla moglie e alla figlia (due figure piuttosto lagnose, peraltro). Quando si ritrova senza un dollaro perché il commercio via Intenet ha travolto anche il suo settore, Earl accetta di diventare autista al servizio dei narcotrafficanti messicani del cartello di Sinaloa. È bravo (del resto non ha mai preso una multa in vita sua), bravo a stabilire rapporti amichevoli con chi gli fornisce la merce da trasportare e con quello che guadagna può sostenere negli studi la nipote (unica della famiglia a essergli rimasta accanto) e impedire che il circolo dei reduci chiuda per mancanza di fondi. Fa persino la bella vita per un po’, grazie a un boss tutto sommato comprensivo; poi le cose prenderanno un’altra piega. Ma Earl farà in tempo a recuperare un po’ del tempo perduto nelle relazioni familiari e ad assumersi le proprie responsabilità davanti alla legge.

Tifiamo per Earl, naturalmente, anche se sbaglia: è impossibile non amarlo perché affronta la vita con allegra semplicità, sa adattarsi alle circostanze, godere delle piccole cose e delle opportunità più trasgressive, sa (quasi) sempre come cavarsela: il film è costruito sulla sua indomita vitalità, a cui Clint come attore presta la sua maschera ormai leggendaria. È un piacere vedere Earl Stone che viaggia sulle strade d’America, in mezzo ai campi o in mezzo al nulla, che a bordo del suo pickup divora chilometri canticchiando con allegria quasi infantile, pur perfettamente consapevole di quello che trasporta nel bagagliaio. Ed è un piacere perché Eastwood regista dirige con mano ferma e sobria, con uno stile che è il suo, ruvido con la lacrima in agguato, western e azione, on the road e melodramma, sangue e fallimento, battute nel momento del disastro.

Bentornato, Clint. Ammettiamolo, il suo precedente film, Ore 15: 17 – Attacco al treno aveva rappresentato un’occasione mancata, anzi per essere più espliciti era francamente brutto. Ma in una carriera così lunga, ricca e prestigiosa, ci può essere lo spazio anche per i passi falsi. Eastwood, uomo e artista ruvido e pratico, ha girato molto, ha realizzato film medi, belli e bellissimi, non andando sempre alla ricerca del capolavoro a tutti i costi. Ecco, Il corriere forse non è esattamente un capolavoro, ma un gran film sì. E gliene siamo grati. Quanta strada ha fatto Eastwood, dai tempi in cui Sergio Leone, che lo aveva scoperto nel telefilm Rawhide, diceva di lui che aveva due espressioni, col cappello e senza. Ha imparato tutto, passo dopo passo, film dopo film, ha preso dai grandi con cui ha lavorato (Gli spietati era dedicato “A Sergio e Don”, Leone e Siegel), è diventato grande regista e (solo poi) grande attore, protagonista assoluto del cinema americano e mondiale, artista classico e modernissimo e icona (lui sì, merita questo termine spesso abusato). Siamo lieti che sia tornato a dirigere e recitare insieme, in un film che probabilmente è molto più autobiografico di quanto possa apparire. Come Earl Stone, anche Clint ha sacrificato tanto al suo lavoro, ha seminato disastri nelle sue varie famiglie e forse anche per rimediare ha chiamato qui come interprete la figlia Alison Eastwood. Accanto a lui sullo schermo ci sono anche, del tutto a loro agio, Dianne Wiest (l’ex moglie infuriata ma sempre innamorata), Andy Garcia, Laurence Fishburne e soprattutto Bradley Cooper, nel ruolo dell’agente della Dea che dà la caccia al misterioso corriere della droga. La sua parte è un po’ sacrificata, ma i due incontri ravvicinati fra il grande vecchio e il giovane divo sono di grande efficacia. Eastwood aveva già scelto come protagonista di American Sniper proprio Cooper, che è attivo anche come regista con ottimi risultati (è stato candidato all’Oscar per A Star is Born). Siamo di fronte a un passaggio del testimone? Chissà. Intanto teniamoci stretto Clint. Da applausi.