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Il colore della libertà un film di

il_colore_della_libert_Sud Africa, anni Sessanta. Sotto gli occhi sgomenti di una bambina bianca, che passeggia tranquilla con la sua famiglia, si consuma una scena di ordinaria violenza: la polizia aggredisce e picchia delle donne di colore, fermate senza i permessi necessari per circolare liberamente per le strade. Una delle donne stringe al petto un neonato, e quando tra le grida e le lacrime viene portata via, il piccolo cade a terra, nella completa indifferenza dei poliziotti. La bambina, scioccata, stringe la mano del padre, James Gregory, e cerca di dare un senso a quello che vede. Più tardi, a casa, la madre le spiegherà con sconcertante naturalezza che “è il volere di Dio che bianchi e neri stiano separati”.

Le contraddizioni insanabili di una società multirazziale, la violenza cieca del potere, il cinismo e soprattutto la pericolosità dell’ignoranza sono tutti condensati in queste brevi scene. Ispirandosi alle memorie di James Gregory, che per molti anni fu carceriere di Nelson Mandela, il regista Bille Auguste ricostruisce la storia del Sud Africa dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Novanta, ma racconta soprattutto la singolare amicizia che lentamente viene a crearsi tra i due uomini. Quello di James Gregory è un percorso lungo e difficile, che lo porta finalmente a ridiscutere il suo sistema di valori, ad ascoltare la voce profonda della sua coscienza, ad esporsi al giudizio di una società assolutamente razzista, che lo isola nel momento in cui lui acquista quella consapevolezza che gli impedisce di continuare a trattare i neri come una razza inferiore. Il carceriere di Mandela è quindi descritto realisticamente non come un eroe, ma semplicemente come un uomo che di fronte alla cruda realtà dei fatti è in grado di riflettere sulla proprie responsabilità e di superare i propri enormi preconcetti culturali.

Giunto sull’isola di Robben Island con la propria famiglia nel 1968, James è addetto all’ufficio censura all’interno del carcere dove si trova Mandela. Cresciuto nella campagna del Transkei, grazie all’amicizia con l’africano Bafana, suo coetaneo, ha imparato fin da bambino a parlare la lingua xhosa, la stessa di Mandela,. Sarà proprio la conoscenza di questa lingua che lo renderà l’uomo più adatto a diventare la guardia carceraria di Mandela e dei suoi collaboratori politici.
Al ricordo dolce dell’amicizia della sua infanzia si affianca però il presente brutale e disumano, quello del carcere in cui i prigionieri di colore subiscono continui abusi e sono trattati, senza eccezioni, come pericolosi terroristi; e quello di un paese in cui le violenze e gli attentati per le strade sono all’ordine del giorno. Per il protagonista, che man mano riesce a stabilire un rapporto di complicità con Mandela, diviene presto impossibile non avvertire le dolorose contraddizioni che sono insite in questa realtà.
Perfino la moglie di James, Gloria, col passare del tempo, saprà mettere da parte i propri pregiudizi. All’inizio del film ci viene descritta come una donna ambiziosa, sorprendentemente incapace di superare certi limiti mentali e culturali, che la rendono onesta e amorevole coi propri figli quanto cinica e insensibile verso la realtà sociale che la circonda. Troppo presa a fare la parrucchiera per le vicine di casa, con la sua graziosa specchiera che riappare immancabilmente sulla veranda a ogni trasloco, troppo entusiasta di sfoggiare ai cocktail i suoi vestiti stampati con fantasie anni sessanta, preferisce non ascoltare alla radio i notiziari che ogni volta riferiscono di scontri a fuoco e attentati. Ma alla fine, quando Mandela muove i suoi primi passi da uomo libero, Gloria è in prima fila tra la folla, entusiasta, sorridente. Nel corso di un ventennio, insieme a James Gregory, l’intero Sud Africa è in qualche modo cambiato.

Bille Auguste riscrive, con questo film, una pagina di storia, e lo fa evitando toni forzatamente altisonanti, mantenendosi lontano da quello stile edulcorato e romanzato che spesso caratterizza certi film biografici. Scegliendo una narrazione quanto più possibile chiara e lineare, restituisce gli eventi nella loro autenticità e descrive il Sud Africa degli anni difficili dell’apartheid nella sua complessità, nelle sue tensioni razziali, ideologiche e culturali. La straordinaria pazienza, la perseveranza e il coraggio di un uomo come Nelson Mandela non diventano mai pretesto per mitizzare e idealizzare il personaggio, la cui descrizione appare assolutamente sobria e calibrata. Senza volerlo fissare nei panni del martire o del vincitore, il regista racconta Mandela come una persona ricca di umanità capace di guardare, per lunghi anni, oltre le angosce del presente, oltre le sbarre dell’angusta prigione, nella speranza, infine realizzata, di costruire un paese migliore.