Il Club un film di

A La Boca, una piccola cittadina che si affaccia sul mare, c’è un rifugio incastonato tra la sabbia e le onde che non è spazio di vacanza ma plumbeo riparo per un gruppo di reietti, una casa di “oración y penitencia” dove quattro preti, sotto l’occhio attento di Madre Mónica, vivono isolati seguendo un rigoroso regime di vita, scandito da 18 regole ferree tra le quali il divieto di ogni forma di comunicazione con l’esterno e rigidi orari per le uscite.

Pablo Larraín, dopo la notevolissima trilogia politica di Tony Manero (2008), Post Mortem (2010) e No – i giorni dell’arcobaleno (2012), dedica il suo quinto lungometraggio (Orso d’Argento al Festival di Berlino del 2015) ad un tema non meno scottante come quello dei preti pedofili e lo affronta con l’affilata lucidità che gli è propria, affondando la lama nel tessuto, molle e ipocrita, di una Chiesa che ha davvero “molto peccato” non solo in pensieri e parole ma, soprattutto, in azioni ed omissioni.

Il regista cileno sceglie, come di consueto, una narrazione asciutta e nitida per rivelare indicibili atrocità, raccontandole senza reticenze, né filtri narrativi che possano edulcorarle o renderle “tollerabili” a chi le ascolta. E’ un cinema che non fa sconti, la cui autenticità che (dis)turba ne determina la potenza, anche visiva.

Non solo alla verità, infatti, ma prima di tutto al vero, Larraín si ispira e, nel lungo lavoro di ricerca per questo film, non ha certo seguito i canali tradizionali, né i consueti metodi di documentazione ma, insieme ai suoi collaboratori, ha intervistato ex sacerdoti o operatori religiosi, raccolto le testimonianze dei ragazzi molestati, ha affondato, quindi, le mani nel reale per restituircelo con impressionante veridicità.

Per questo “club” criminale il regista ha ricalcato il modello di quelle case di penitenza già presenti negli Usa che, nate come centri per riabilitare preti “con problemi”, erano gestite da un ordine religioso, I Servi del Paraclito, fondato nel New Mexico, già alla fine degli anni Quaranta, da Padre Fitzgerald i cui documenti e l’epistolario furono desecretati nel 2007 in seguito ad una causa di risarcimento intentata dagli avvocati delle vittime.

Un avamposto di penitente isolamento al cui interno la vita dei suoi abitanti sembra svolgersi secondo una sorta di simmetria emotiva le cui ripetizioni nella forma si modellano su un’espressione/repressione ammantata da un silenzio complice, dall’omertoso mutismo di chi, consapevole del proprio “male”, si riconosce appartenente ad una ripudiata comunità che con lui ne condivide la macchia.

L’arrivo di un quinto uomo muterà gli equilibri della casa e il gesto estremo che esigerà l’intervento di Padre Garcia, giovane e affascinante inquisitore, finirà per mandare in pezzi ogni singolo elemento di questa piccola congrega dalla quale Larraín è in grado di estrarre la più infima materia umana.

Nel circolo – vizioso – di Madre Mónica e compagni le terribili verità aleggiano come fantasmi troppo spesso evocati dalla “malata” loquacità di uno di loro ma è all’esterno, nelle parole di Sandokan – violato nel corpo e nello spirito – che l’orrore si rivela, senza filtro alcuno, nelle atroci litanie di stupri, nelle grida in faccia ad un mondo che, ammantandosi di fittizia “santità”, gli ha strappato la purezza di bambino e la dignità di uomo.

Le tinte fosche di Il club sono il riverbero delle ombre cupe di una Chiesa che ha coperto, insabbiato, soffocato violenze e abusi e Larraín, nel suo racconto scomodo e perturbante, ne sottolinea la connivente ambiguità anche attraverso il cromatismo delle immagini – altro elemento riconoscibile del suo cinema –  che qui (con l’utilizzo di vecchie lenti russe usate da Tarkovsky),  in un’alternanza di oscurità e di luce, creano un’atmosfera sinistra che sembra farsi, nel contempo, presagio e condanna.

Linguaggio crudo e black humor, doppiezza e barbarie confluiscono in un’opera di straordinario rigore narrativo e formale la cui potenza si esprime in un inclemente ritratto di un’umanità disfatta, lungo il sentiero di una “via crucis”, spesso invisibile, dei più deboli e consumata nell’assordante silenzio di Dio che, per dirla con Sartre, “quando tace gli si può far dire quello che si vuole”.

TRAMA

Quattro sacerdoti e una donna, Madre Mónica, vivono insieme in una casa isolata in una piccola città sul mare. Sono stati inviati in questo luogo di penitenza per espiare i peccati commessi in passato e seguono un rigoroso sistema di vita scandito da regole ferree. L’apparente tranquillità di questo gruppo viene alterata dall’arrivo di un quinto uomo appena caduto in disgrazia. L’equilibrio della congrega andrà presto in pezzi rivelando tutto l’orrore di un’umanità i cui misfatti non potranno mai essere cancellati.