Gravity un film di

Una metafora delle avversità della vita? Forse. A noi Gravity, a parte ciò che afferma nelle note di produzione Alfonso Cuarón, sembra più un’ovvia parabola sull’impossibilità del controllo razionale e totale dell’esistente. Proprio quest’ultimo fattore, rappresenta l’unico contatto possibile con il capolavoro kubrickiano 2001: Odissea nello spazio. Per il resto, e appare anche scontato doverlo precisare, le due opere sono lontanissime e imparagonabili, sia a livello contenutistico che formale. E lasciamo da parte anche un eventuale parallelo filosofico con la poetica (visuale) di Terrence Malick (nonostante il direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki sia lo stesso di The Tree of Life e To the Wonder).

Per ciò che concerne Gravity, appare in ogni caso necessario tenere in considerazione anche la questione del formato 3D. Questo aspetto, che sembra essere diventato imprescindibile nel cinema degli ultimi anni, si manifesta, tutto sommato, come l’elemento di gran lunga più interessante di un’operazione che potrà senza dubbio ottenere le sue maggiori soddisfazioni al botteghino. In tal senso, la presenza di George Clooney è fondamentale per portare a termine un’iniziativa produttivo/commerciale che nei suoi tesissimi novantuno minuti diverte certamente lo spettatore. A fare da sostegno nella prima parte della vicenda alla figura di Clooney, è Sandra Bullock che con l’evoluzione della vicenda diventerà il fulcro intorno al quale ruoterà l’intero racconto.

Vedute incredibili del pianeta Terra, astronavi perse nello spazio siderale, stazioni orbitanti internazionali, capsule di salvataggio, satelliti russi e basi cinesi, detriti spaziali che attraversano il nulla. Il palcoscenico tecnologico è avvolto nel silenzio più assoluto e marmorizzato da una temperatura di – 100 gradi. I due astronauti americani (Clooney e Bullock) danzano nel vuoto, si perdono e si ritrovano, si salvano e si abbandonano in una sorta di delirio visionario nel quale rintracciare le coordinate della realtà è ormai impossibile.

Gravity, pur girato, scritto e prodotto dal messicano Cuarón, è un lungometraggio americano fin nel midollo. In primo luogo per quella certezza di un lieto fine che appare inevitabile già dall’inizio, in secondo luogo per i toni insopportabili dei dialoghi fatti di battutine sagaci e brucianti e pseudo ironia (il tutto mentre si passeggia con nonchalance nello spazio, ovviamente). La struttura di thriller d’azione fanta-catastrofico/tecnologico è così palesemente meccanica che la tensione, dopo un po’, lascia spazio lentamente all’abitudine e poi progressivamente alla noia.

Non vi sveliamo la scena conclusiva, ma vi assicuriamo che non ci saranno sorprese tali da giustificare (contenutisticamente e filosoficamente) questa operazione cinematografica. Da notare solo una sequenza particolarmente surreale e grottesca (e anche questa vogliamo non svelarvela) di cui è protagonista George Clooney, il quale gioca consapevolmente con la propria immagine di interprete capace di tutto pur di far sorridere il pubblico che lo segue.

© CultFrame 08/2013 – 10/2013

Per concessione della testata giornalistica Cultframe – Arti Visive

TRAMA
La scienziata Ryan Stone e il comandante Matt Kowalsky sono due astronauti americani intenti ad effettuare delle riparazioni all’esterno di una stazione spaziale. All’improvviso i due verranno avvertiti dalla Terra che i detriti di un satellite russo sono alla deriva e arriveranno a impattare le loro posizioni nel giro di pochi minuti. E infatti così sarà. La stazione orbitante sarà distrutta e i due astronauti si troveranno insieme a dover lottare per la loro sopravvivenza.