Gangor un film di

Una pellicola che propone una denuncia sociale, conducendo per mano lo spettatore nei meandri di una piaga diffusa e dilagante, persino di moda, quale la violenza contro le donne. Il Paese è l’India della zona occidentale del Bengala: il fotoreporter Upin ci fa conoscere una civiltà ancora organizzata secondo norme tribali, entro le quali anche la violenza bruta, fisica o psicologica, trova una sua precisa collocazione e rispettabilità. L’idea, sicuramente interessante e spunto ideale per ulteriori riflessioni e opportuni adattamenti, è tratta dal racconto breve “Dietro il corsetto” della scrittrice Mahasweta Devi.

Si respira l’esperienza più che ventennale di Italo Spinelli a girare documentari in Asia, con particolare attenzione ai contrasti tra la moderna Calcutta e la boudenville, allo sguardo d’insieme dove i singoli punteggiano le distese di deserto e all’avvicinarsi dei personaggi nelle irripetibili differenze; i colori sono pregni di simbolismo: file di donne avvolte nei loro mantelli e veli, uno sfoglorio che mal si accosta, quasi contrasta con la povertà e le tristi condizioni che fanno muovere gli stessi corpi che li indossano.
Lo stile è quello del documentario e quindi pare ottima la scelta da parte del regista di celarsi dietro il suo protagonista alle prese con la compagna inseparabile “camera”, una sorta di alter ego interno alla narrazione che gli presta il proprio sguardo e offre immagini all’interpretazione superiore dell’insieme.

Nel momento in cui la sacralità dell’espressione naturale di una mamma si affaccia casualmente al mondo tecnologico occidentale, la macchina fotografica di Upin riprende la bella Gangor (Priyanka Bose) mentre sta allattando il suo piccolo, affascinante e disarmante nella sua semplice nudità. Lì incomincia la vera trama; Upin e Gangor sono coloro che di fatto azionano il film e compiono un percorso interiore nella stessa direzione, ma in senso contrario: il “là” costituito dalla foto scandalistica sarà infatti un’arma a doppio taglio, che rovinerà e salverà insieme l’esistenza della donna, e probabilmente di altre dopo di lei. Eppure, l’immagine risente di una certa approssimazione di stile; il momento dello scatto delle varie foto viene recepito dallo spettatore come qualcosa di losco, di illecito: chi assiste avverte un senso di “proibito”, una violazione della privacy, a sua volta calpestata dalla protagonista stessa dell’atto, la donna, che non esita a chiedere soldi in cambio, distruggendo così, con quella mano tesa, il ritratto innocente della maternità primordiale: la scena clou, da cui dipende tutto il film, alla base delle perplessità morali stesse che si insinuano gradatamente e sempre più pericolosamente entro la mente del fotoreporter, è dunque poco credibile, costruita, alla fine un po’ falsa.

Se noi scorriamo la trama e perveniamo alle conclusioni ideologiche e narrative, quando, con vistoso colpo d’occhio, in ambito “processuale” assistiamo all’alzata in massa delle donne, al loro schierarsi da manifestanti per una più agguerrita autodifesa e tutela della loro “capostipite” ribelle, ci rendiamo conto del significato del film e della sua ragion d’essere, di quello che, nonostante tutto, nonostante le pesanti ricadute ideologiche e le perdite a livello umano, può dirsi un risultato importante e prezioso ottenuto con la battaglia intrapresa dall’onesto fotografo. Se però ritorniamo poi con la mente alle scene iniziali, ci chiediamo perplessi il perché di una serie di incongruenze, o, per lo meno, di ridondanze… come mai per esempio sia stato scelto per quella missione l’assistente, il quale di fatto non conclude molto nella vicenda, anzi interviene praticamente alla fine e senza neppure stretta necessità, oppure quale ruolo abbia esattamente l’estranea moglie… Così ci domandiamo il motivo di una certa superficialità d’insieme di una riflessione che non vorrebbe arrestarsi al singolo, però non caratterizza a sufficienza né il protagonista né gli antagonisti, e neppure la donna.

Nonostante la condivisibile ricetta, i gradevoli ingredienti narrativi e stilistici, la pellicola risente di snodi imprecisi, interpretazioni sfumate; sfuma essa stessa lungo le stradette sporche e maleodoranti, per quanto l’occhio dello spettatore possa anch’egli perdersi e volentieri indugiare per sua curiosità intellettuale in quei bazar deserti, nei bar improvvisati dove dimenticarsi di esistere, sui miseri barbecue solitari, come in uno spazio d’accoglienza mancato, residuo di una possibilità perduta. L’impressione complessiva è dunque di un affresco dalle belle tinte, ma approssimativo, senza contorni definiti dei personaggi, il cui primo piano risulta anch’esso appiattito.