galantuomini-winspeare

Galantuomini un film di

galantuomini-winspeareIn un Salento suggestivamente fotografato, tra anni sessanta e anni ottanta, si svolge la storia drammatica e sensuale dell’incontro tra un giudice (un misurato Fabrizio Gifuni), chiamato nella piccola città del Salento ad indagare sul commercio di droga e alla Sacra Corona Unita, un’organizzazione criminale che vorrebbe assomigliare a mafia e camorra, e una giovane donna (interpretata da una superba Donatella Finocchiaro), sua amica d’infanzia, che di quell’organizzazione è il temibile capo.

Con questo suo quarto film, che è il ritratto sconsolato di un mondo che cambia più verso la morte che verso la vita, dominato dalla violenza e dall’ambiguità, Edoardo Winspeare, si conferma uno degli autori più interessanti del nuovo cinema italiano; più ci si allontana dal tipico romanocentrismo, spesso conformista (si veda a tale proposito l’ultimo film di Paolo Virzì), pur con talune sorprendenti eccezioni, (autori come Matteo Garrone, ad esempio), verso aree geoculturali periferiche (ma solo apparentemente), come Napoli e la Campania (in primis), la Sicilia e più recentemente il Salento, ma anche lo stesso Veneto (con un autore sensibile come Carlo Mazzacurati), scopriamo talenti autentici impegnati in una sorta di realismo meriodionalista, ciascuno con un proprio stile (si pensi, tra le altre esperienze, alla cosiddetta scuola napoletana), consapevoli del fatto che oggi non è più sufficiente formulare contenuti interessanti, ma è altresì necessario, contro l’appiattimento del linguaggio televisivo, sempre più invasivo e perciò vincente, in quanto retto a modello ormai per molti cineasti, cercare un proprio linguaggio, e uno stile di regia, un proprio sguardo sulla realtà. Ne I galantuomini, come in un altro, recente film salentino, Fine pena mai, 2008 di Davide Barletti e Lorenzo Conte, il paesaggio naturale e urbano del sud, diviene misura implacabile dei comportamenti e dei destini dei personaggi. Insieme al bellissimo Sangue vivo, 2000, il film forma altresì un dittico salentino sul binomio tradizione-modernità, e sulla seduzione del male.