Gagarine – Proteggi ciò che ami

GAGARINE – PROTEGGI CIÒ CHE AMI di Fanny Liatard e Jérémy Touilh, distribuito da Officine UBU, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) con la seguente motivazione:

«L’utopia sociale tradotta dai codici della fiaba urbana nel racconto della resistenza estrema di un sedicenne il cui destino è iscritto nei suoi sogni cosmici. Un’opera prima che mescola fantascienza, il filone banlieue e il melò, che lavora mirabilmente sullo spazio e sulla coscienza collettiva».

La recensione di Claudia Porrello:

Girato nel 2019 e uscito nelle sale italiane nella primavera del 2022 per Officine UBU, Gagarine è il freschissimo esordio del duo di registi francesi Fanny Liatard e Jérémy Trouilh presentato al Festival di Cannes 2020 dove ottenne grande visibilità. Un lungometraggio che rientra a pieno titolo nel filone francese del banlieue film, sviluppatosi negli anni ’90 come racconto cinematografico moderno delle periferie francesi e dei loro abitanti con un approccio sociorealista.

“Cité Gagarine” verrà ricordato come l’enorme progetto di 365 alloggi popolari in mattoni rossi situato nella periferia sud di Parigi, a Ivry-sur-Seine, che divenne un vero e proprio quartiere successivamente raso al suolo per far posto a nuove strutture di riqualificazione urbana. Costruito nei primi anni Sessanta, è stato demolito definitivamente, sotto gli occhi dei suoi abitanti, nell’agosto del 2019. Nel giugno del 1963, Jurij Gagarin, il primo uomo ad approdare nello spazio, fu l’ospite d’onore all’inaugurazione del complesso residenziale a cui venne dato il suo nome.

Chi ha sempre sognato di diventare un’astronauta è proprio Youri, il sedicenne protagonista di Gagarine che ha vissuto tutta la vita al settimo piano di un appartamento della Cité omonima. In una storia che mischia continuamente realtà e finzione e che ha un forte intento documentaristico in nome della memoria e di una precisa fase storica, Youri intraprenderà la sua “missione” personale per salvare la sua casa dalla demolizione. Trasformerà la proprietà nella sua astronave in cui rifugiarsi dal dolore del distacco da un luogo che per lui e la sua comunità rappresenta tutto, prima che scompaia nello spazio per sempre.

La pellicola si apre con delle immagini di archivio in bianco e nero che mostrano la nascita di Gagarine, un’utopia collettiva architettonica simbolo di speranza e del progresso, diventata una realtà da radere al suolo. A questo destino non si rassegna Youri che, spinto da un senso di appartenenza molto forte, si rinchiude nel suo mondo immaginario per architettare un piano salvifico irreale, ma allo stesso tempo necessario e vitale, come una silenziosa rivoluzione. Tra panoramiche sugli edifici monumentali di Gagarine e scene che mostrano la presa di consapevolezza e il dolore degli ex abitanti in cerca di nuova dimora, la regia fa sì che lo spettatore si addentri progressivamente nell’immaginario dello spazio cosmico di Youri: il giovane raffigura l’incarnazione di una generazione che crede nei sogni e alla fantasia per realizzarli, quella fantasia che può rendere meno drammatico l’imminente avvenimento distruttivo.

Tra un’inquadratura roteante e un’altra sul protagonista, sono ben inserite nella narrazione le testimonianze in voice over degli sfollati sulla loro condizione di transizione, di abbandono di un “luogo” che per loro è sinonimo di vita, ricordi e famiglia. Creando una vera e propria ambientazione e estraniandosi dalla realtà in una storia di morte e rinascita condita dalla magia, Youri è un ragazzo solitario ma sempre connesso con la sua gente, un “eroe” attaccato al passato ma anche immerso nella modernità, le cui radici sono ben salde nel complesso abitativo. La sua testa è fra le stelle, in continua oscillazione tra sogno e realtà, passato e presente. È un personaggio tutto d’un pezzo, delicato, capace di conquistarsi con empatia chi lo osserva nelle sue gesta, per salvare un qualcosa che oramai non c’è più.

Una breve rassegna della stampa italiana sul film (a cura di Francesco Grieco):

Distribuito in Italia in sala a due anni dalle prime anteprime nei festival europei, Gagarine è, come ha scritto Paolo Mereghetti su Io Donna, una «piccola grande sorpresa di questo inizio d’anno cinematografico». La validità delle interpretazioni dei giovani attori è stata segnalata dalla critica italiana. Giona A. Nazzaro su FilmTv ha scritto: «grande merito della riuscita del film risiede ovviamente negli interpreti e non si finirà mai di dire bene, anzi benissimo, della magnifica Lyna Khoudri». E Marco Romagna su Cinelapsus ha specificato: «è più in generale l’intera scelta del cast, fatto sì di qualche professionista (compresa l’amichevole apparizione di Denis Lavant) ma per la maggior parte di non-attori residenti e realmente legati a quei mattoni rossi di Ivry-sur-Seine, che in qualche modo lascia emergere dalla finzione della fiaba sognante di ostinate resistenze impossibili con cui Fanny Liatard e Jérémy Trouilh esordiscono a quattro mani al lungometraggio tutta la precisione del documentario».

In numerosi pezzi dedicati al film, non manca il confronto del film con opere precedenti, appartenenti al cosiddetto “cinema delle banlieue”, a partire dal film di culto L’odio del 1995. Il paragone può procedere non solo per analogia, ma anche per contrasto, come nel caso della recensione di Roberto Escobar su Il Sole 24 Ore: «non c’è degrado a Gagarine. Non c’è miseria. Non c’è l’infelicità che (giustamente) il cinema francese racconta delle banlieue parigine. C’è invece una ricca, meravigliosa diversità di colori e visi, di uomini e donne che sanno di avere una storia di cui essere orgogliosi». Ci aiuta a capire meglio ancora l’originalità del film rispetto ai modelli a cui si contrappone Alessandra De Luca su Ciak: «la forza del film dei due cineasti, una coppia anche nella vita, impegnati a raccontare l’altro volto di un luogo da sempre associato a tensioni razziali e disgregazione sociale, sta proprio nella sfida al cliché con una favola urbana che su un realismo quasi documentaristico innesta il sogno, la fantasia, l’incanto, la meraviglia, l’invito alla speranza».

L’intento di definire il tipo di realismo che caratterizza il film sembra accomunare molti degli articoli pubblicati sulla stampa italiana. Dunque, secondo Adam Olivo su Hot Corn, «la peculiarità dell’opera di Liatard e Trouilh è tuttavia l’approccio onirico, mutuato dal realismo magico di matrice sudamericana, attraverso cui decidono di raccontare la loro storia (Liatard ha a lungo vissuto in Perù e Trouilh in Colombia)». Realismo o neorealismo? Boris Sollazzo su Rolling Stone propende per la seconda ipotesi: «distopia, fantascienza emotiva, neorealismo magico, melodramma, rom-com, romanzo di formazione, persino film apocalittico (Youri come ultimo uomo sulla Terra, o quasi), tutto si innesta continuamente sulla storia più bella e dolente che il cinema abbia raccontato ultimamente». Andrea Vassalle su Taxi Drivers scomoda il realismo poetico: «il realismo dato dai luoghi, dalle inflessioni del racconto e dalla scelta degli attori, quasi tutti non professionisti e scelti proprio da quell’ambiente, va a fondersi con una tonalità quasi fiabesca, sognante. Un realismo poetico che trova le fondamenta nel cinema francese anni ’30». L’influenza di registi come Marcel Carné è evidenziata anche da Fabio Ferzetti su L’Espresso: «tra Marcel Carné e Léos Carax (a lui allude il cameo di Denis Lavant), un debutto di rara potenza che fa letteralmente danzare il realismo sociale cui sembrano condannate le banlieue».

L’altro elemento su cui gran parte delle recensioni si soffermano è la fotografia. Per esempio, Tommaso Tocci su MyMovies scrive: «girato in toni freddo-cemento che i registi iniettano di rossi accesi – rispecchiando gli interventi con cui Youri cerca di rivitalizzare i muri che lo circondano – Gagarine sa andare oltre la semplicità narrativa di un esordio promettente per innalzare un edificio al centro dell’universo, esponendo i retaggi umani e architettonici di cui non sappiamo cosa fare, e documentando con nostalgia e speranza come di essi ci si possa spogliare». E Francesco Bonfanti su Close Up aggiunge: «un gioco di tonalità. I colori hanno il calore del cemento vecchio, con l’andare della storia il paesaggio cittadino si fa lunare e nei corridoi dove un tempo rimbalzavano le voci umane ora si susseguono squittii di topi e gemiti di calcinacci. Ma al deserto lunare che avanza fa contrasto la solennità dell’uomo che vi si oppone: luci forti e tese, rosso giallo blu, riempiono stanze e figure che avanzano in questo Spazio sconosciuto che è la Francia del domani». Mazzino Montinari sul Manifesto spiega la differenza tra le immagini in bianco e nero e quelle a colori nel film: «improvvisamente, il bianco e nero prende colore. Tuttavia, per paradosso, dalle riprese documentarie che rimandavano a fantastici sogni si passa alla finzione che inchioda alla grigia realtà. La Cité Gagarine deve essere rasa al suolo». Una contrapposizione che contagia anche i formati, come sottolinea Marco Bolsi su Sentieri Selvaggi: da un’immagine in 4:3 si passa a un formato panoramico: «lo schermo nero si apre pian piano da destra a rivelare un’alba vista da una prospettiva “cosmica”; si vedono delle parabole in un sottofondo sonoro che rievoca una stazione spaziale, e dall’interno di una navicella arriva lui, il nostro eroe, vestito di tuta e casco. Realtà e immaginazione sono le due facce perfettamente intercambiabili che i registi scelgono per raccontare una storia che abita(va) il presente».