Francofonia un film di

L’onda nera del mare, la sua furia, non conosce “ragione né pietà”, al pari di quelle onde della Storia che hanno spinto, e ancora spingono, sull’orlo dell’abisso gli uomini, e insieme a loro la loro arte e la loro umanità. I grandi musei del mondo, sono costruzioni del potere, ma sono pure arche mitologiche, e come tali possono andare alla deriva con tutti i loro, inestimabili, tesori, simboli, memorie. Alla fine de L’Arca russa (2002)  – capodopera che, girato già in digitale e in un solo piano-sequenza, raccontava il tempo della Storia (russa) e  illuminava il  tempo (ma anche lo spazio) nel cinema e del cinema – l’Hermitage di Leningrado/San Pietroburgo si ritrovava sospeso nel mare.

Tredici anni e tanti altri grandi film dopo, Aleksandr Sokurov, dallo studio di casa sua (forse la prima volta che ci fa entrare nella sua intimità quotidiana, dove lo vediamo “circondato dai libri”) comunica via skype con il capitano di un cargo pieno di opere d’arte in balia di una tempesta sull’oceano. Una cornice metaforica, certo,  per entrare nel vivo del racconto, non prima di avere convocato, dal loro letto di morte, lo sguardo penetrante e preveggente di numi tutelari come Tolstoj e Checov, che videro solo l’alba del  XX secolo, prima dell’arrivo del popolo e di rivoluzioni poi rivelatesi fallaci e prima dei massacri mondiali,  occorsi perché forse  “i padri si erano addormentati”.

Ma il film non è affatto un’operazione nostalgica, “non voglio parlare del passato, ma del presente” dice il capitano all’amico regista. Occorre capirlo il presente, anche per immaginare il futuro, e prevenire possibili naufragi. Come ricordava Cesare Cases nell’introduzione al celebre saggio di Peter Gay, ”La cultura di Weimar” (1968), “la cultura non impedisce la barbarie”. Dovremmo imparare dalle lezioni della Storia, e invece…continuiamo a illuderci. Tutta la Storia dell’umanità ha visto i vincitori rapinare o radere al suolo i templi e i simboli degli sconfitti, cancellando dunque la loro memoria e identità. Francofonia ci ricorda una tragica pagina recente, famigerata ed emblematica a un tempo, quella del nazismo, dell’occupazione della Francia, di Parigi “citta apertà” (quella Parigi che accoglie, vuota e spettrale, l’invasore), di quel suo centro originario e culturale che è il Louvre. Fuori campo, musiche tristi  ci rimandano l’eco di roghi di libri, di bobine di film, di quadri “degenerati” sfregiati e cancellati da totalitarismi di diverso colore, ed anche il cupo rumore di fondo, forse sempre più vicino a noi,  di altre distruzioni delle antiche vestigia  “dell’umanità”, e dei massacri dei loro spesso anziani ed inermi tutori. Stiamo ancora sottovalutando il pericolo, come la Francia del maresciallo Pétain (un “uomo  ‘dell’800”) fece con il nazismo?

Ancora una volta, Sokurov svolge dunque una magistrale allegoria sul rapporto tra il Potere e l’individuo (e le masse) e  tra l’Arte e la Storia. Entrando di nuovo dentro un grande museo ci parla  della “cultura europea” (e in filigrana dei rapporti tra l’Europa e la Russia), ma ci regala questa volta non un film “paradigma” come L’Arca, ma un’opera molto più libera, ironica, irriverente, che a volte dialoga direttamente con noi spettatori, un film-collage, già parte di quel cinema “ibrido” e cinema “flusso” che è il presente e il futuro del cinema che non vuole morire e resiste, in questo nuovo secolo e millennio; un film che attraversa e mescola il tempo e lo spazio, documento e finzione, immagini di repertorio e “film d’arte”, film “in costume” e contemporaneità, ecc. Ma che evoca anche molta parte della sua vasta e importante filmografia, in specie quella più documentaristica delle “Elegie” con la quale ha saputo creare ponti tra  culture e linguaggi, Oriente e Occidente, cinema teatro, pittura.

“Cosa sarebbe la cultura europea senza l’arte del ritratto?” ci dice fuori campo Sokurov, mentre scorrono dinanzi a noi i ritratti e gli sguardi degli “uomini e donne del loro tempo”, mercanti e proletari, e dei loro spesso enigmatici sorrisi.

Verso la fine del film Sokurov metterà di fronte, inquadrati di spalle, e proprio di fronte al sorriso della Gioconda, i funzionari  “conservatori”  protagonisti del racconto – il conte Wolff Metternich, il francese Jacques Jaujard, direttore del Louvre – le cui sotterranee affinità culturali e professionali permetteranno il salvataggio di molte opere -peraltro già da tempo al riparo  nei castelli francesi- dalle mire dei gerarchi nazisti. Perché è proprio di “guardarsi negli occhi” e con “uno sguardo tenero e delicato”  che specialmente noi europei abbiamo oggi bisogno, ha detto Sokurov in conferenza stampa a Venezia,  per imparare di nuovo a riconoscere le differenze tra le culture, ma anche la nostra comune cultura e identità europea.

Un film-omaggio alla Francia degli ideali e delle grandi conquiste – le parole d’ordine della rivoluzione, i diritti umani, le Costituzioni –  che convoca sullo schermo altri fantasmi, dalla Marianne a Napoleone. Lo ha fatto oggi,  un maestro russo (che ha il coraggio anche di criticare il nuovo regime di Putin) come Sokurov, nato nel 1951, nel pieno della guerra fredda, allievo di Tarkosvkij,che ci sembra  rende anche un postumo omaggio, in questo 2015 in cui ci ha lasciati,   allo sguardo affettuoso verso l’uomo e la sua arte del grande centenario, coevo del Cinema, Manuel De Oliveira.

P.s. (dicembre 2015). L’uscita in sala, anche in Italia, del film di Sokurov non può che confortarci. Sebbene in piccola parte, serve anche a mitigare l’enorme tristezza che proviamo nel vedere quella stessa Francia, terra dei  sogni di libertà, cultura,  amore per tante generazioni, costretta dall’onda nera della violenza – che in quest’anno interminabile l’ha sconvolta dalle fondamenta – a sospendere diritti e a revocare  quelle conquiste e ideali.  A entrare,  forse per sempre, nella trappola tesa contro il suo popolo, nostro vicino e cugino, dai fondamentalisti di ogni risma,  giunti o ritornati da terre lontane, o cresciuti nelle periferie e nelle scuole multietniche, e oggi pure nella politica e nelle urne. Un popolo cui, come tante volte nella Storia, tocca in sorte di pagare il prezzo più alto, anche per gli errori dei suoi governanti.

TRAMA

Francofonia è la storia di due uomini molto particolari: Jacques Jaujard, direttore del Museo del Louvre di Parigi dal 1940, e il gerarca nazista Conte Wolff-Metternich, responsabile dei beni artistici nella Francia occupata durante la Seconda Guerra Mondiale. Com’è noto, Jaujard salvò numerose opere d’arte dalla razzia nazista.Francofonia esplora la relazione tra arte e potere, il Louvre quale esempio vivido di civiltà e ciò che l’arte ci racconta su noi stessi, sul genere umano, pur nel corso di una guerra mondiale.