Final Portrait – L’arte di essere amici un film di

Stanley Tucci, qui alla sua quarta regia di lungometraggi, aveva debuttato in questa veste nel 1996 con il piacevole Big Night, co-diretto con l’attore e amico Campbell Scott anche lui alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa. A dimostrazione del fascino provato verso le biografie di grandi personalità, Tucci aveva poi realizzato, anche interpretandolo, Il segreto di Joe Gould (Joe Gould’s Secret, 2000) in cui un giornalista scopre un eccentrico scrittore e lo porta verso la fama e il successo.

Ma andiamo a Final Portrait. Il film ha richiesto tempi lunghissimi in fase preliminare tanto da essere realmente realizzato una quindicina di anni dopo. L’intensa attività lavorativa di Tucci, la difficoltà nel trovare produttori che temevano costi incontrollabili, il desiderio di potere utilizzare un grande attore  come il molto richiesto australiano Geoffrey Rush ha allungato i tempi fino 2016.

Tucci ha in parte riscritto la sceneggiatura, ha ridotto il numero dei personaggi, ha reso più lunghe varie scene, ha praticamente ambientato tutto nell’atelier dell’artista svizzero realizzato negli studios britannici e a Londra e ha ‘inventato’ la Parigi dei primi anni ’60. E per contenere i costi le riprese sono durate solo 4 settimane.

In effetti, queste scelte forse pensate come cifra artistica da Tucci, ma che sicuramente sono state imposte anche dalla necessità di risparmiare, hanno permeato il film di un tono di tristezza che nemmeno alcune battute inserite nella sceneggiatura per rendere più leggera l’atmosfera riesce a scalfire. Anzi, questo tentativo di creare toni da commedia inseriti nella biografia di Giacometti riducono ogni cosa a un livello epidermico che non riesce certo a soddisfare chi, forse, voleva sapere qualcosa di più su questo artista svizzero che ha ottenuto grande successo ma che ha continuato ad autodistruggersi per tutta la vita.

Giacometti era ricco ma viveva come un bohémien spiantato, aveva una moglie che lo capiva accettando anche i suoi tradimenti (ma che lui sopportava più che amare), una prostituta e amante a cui donava ogni lusso ma che, probabilmente, lo eccitava anche per i suoi rapporti con la malavita.

Nulla è detto sull’ arte di Giacometti, sui meccanismi che muovevano questa sua tendenza all’insoddisfazione velata di un certo masochismo, sul rapporto col fratello che aveva rinunciato a essere artista per divenire suo poco noto collaboratore.

Sullo schermo, realizzate in maniera più che decorosa, passano scene della sua vita a cui assistiamo senza realmente partecipare. Nei novanta minuti si apprezzano valide interpretazioni, le curatissime immagini, le ricostruzioni ma non certo il racconto privo di un minimo di emozione.

Protagonista assoluto è Geoffrey Rush

Protagonista assoluto è Geoffrey Rush che in maniera quasi maniacale cerca di clonare sia la figura fisica che le movenze di Giacometti. Rush è un po’ istrionico, forse troppo, ma sicuramente molto bravo nel raccontare il disordine esistenziale e mentale del personaggio centrale disordine in cui vive.

Armie Hammer si mette a disposizione del regista e accetta un tipo di recitazione sottotono se raffrontata a quella di Rush: l’antitetica personalità dei due personaggi in lui ha una buona credibilità, con il suo desiderio di non contrariare quello che riconosce come un Maestro.

Tony Shalhoub, da sempre amico di Tucci che l’ha diretto anche in teatro e con cui ha recitato varie volte, ha poche battute per delineare la figura del sommesso fratello che vota a lui la sua vita. Pur riconoscendogli bravura, mai riesce realmente a convincere.

Migliori performance – anche perché i loro ruoli sono meglio sviluppati dalla sceneggiatura – la offrono le due comprimarie. Sylvie Testud è la sottomessa moglie che accetta di non essere più sua modella preferita. Sylvie è vestita di stracci, vive in povertà convivendo con un artista riconosciuto – e gratificato finanziariamente – praticamente tutta la sua vita. La sua figura, nonostante la scelta di ammantarla di anonimato, è forse la più visibile del film.

Più facile apparire per Clémence Poésy a cui è affidata la luminosa prostituta, amante della bella vita e vestita di colori accesi. Attraverso questo personaggio si racconta l’anima più allegra dell’artista, l’altra parte della sua identità che lo portava a frequentare bistrò pieni di vita in cui si ubriacava assieme a ragazze disponibili, tradendo ambedue le donne che gli stavano al fianco.