Pasolini, cronologia di un delitto politico

La prima domanda che sorge nell’affrontare il documentario Pasolini, cronologia di un delitto politico di Paolo Fiore Angelini è se apporterà qualcosa di nuovo allo svelamento della verità sul massacro di Pier Paolo Pasolini, avvenuto nella notte tra il 1º e il 2 novembre del 1975. Appurato sin da subito che non fu Pino Pelosi, detto “la rana”, a ucciderlo, ma che all’idroscalo erano presenti più persone, rimane l’incognita sul perché fu ucciso: delitto di bassa delinquenza, circoscritto alla prostituzione; delitto politico (eseguito da piccola manovalanza criminale), perché Pasolini stava investigando sulla strategia della tensione (l’editoriale Io so, pubblicato un anno prima sul Corriere della Sera) e sull’ENI, per l’immenso romanzo Petrolio (che uscirà postumo e non finito soltanto nel 1992). A ciò si aggiunge anche la tesi, portata principalmente avanti da Giuseppe Zigaina attraverso alcuni libri, che fu lo stesso Pasolini a cercare la propria morte, il proprio martirio scenico.

Sul delitto c’è una vastità di materiale, a cominciare dalla controinchiesta di Oriana Fallaci, in cui già si poneva in evidenza come Pelosi non poteva aver fatto tutto da solo, fino al dettagliato libro Pasolini, massacro di un poeta (2015) di Simona Zecchi, che con dovizia compilativa ha raccolto tutte le inchieste del tempo e gli ultimi cambi di verità di Pino “la rana” e l’ultima confessione di Sergio Citti, qualche prima che morisse. Ci sono poi le pellicole che hanno trattato il delitto. Il silenzio è complicità (1976), documentario coordinato da Laura Betti, che denuncia le indagini approssimative, sebbene le prove mostrino un’altra verità. Pasolini, un delitto italiano (1995) di Marco Tullio Giordana, che aveva scritto l’anno precedente l’omonimo libro inchiesta, che ricostruisce cinematograficamente le indagini successive al delitto, fino all’incarcerazione di Pelosi. Pasolini, la verità nascosta (2012) di Federico Bruno, basato sul libro Io so… come hanno ucciso Pasolini (2011) di Pino Pelosi, in cui si tira in ballo, non proprio direttamente, Sergio Citti. La tesi del film, che è poi desunta da quanto ha dichiarato Pelosi nel suo libro, è che a massacrare Pasolini furono più persone, e lui fu costretto a raccontare una bugia. Infine, La macchinazione (2016) di David Grieco, trasposizione dell’omonimo libro. In questo caso, la tesi propende direttamente per una soluzione politica.

Ma testo fondamentale, benché di molte decadi fa, rimane a tutt’oggi il libro Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte (1977), a cura di Laura Betti ed edito da Garzanti, che raccoglie tutti i procedimenti penali e civili subiti da Pier Paolo Pasolini, dai fatti di Ramuscello (1948) fino a Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), oltre a diverse osservazioni finali fatte da conoscenti riguardo a Pasolini e alla via crucis che subì in quasi trent’anni. Il libro è un corposo excursus che evidenzia come Pasolini fu sempre sotto attacco, messo rapidamente alla pubblica gogna (con tanto di foto denigranti sui giornali destrorsi), e quindi il truce delitto fu frutto – anche – di tutti quei linciaggi avvenuti in precedenza. E Pasolini, cronologia di un delitto politico, presentato alla 17ª edizione della Festa del Cinema di Roma, ha delle somiglianze con il libro di Laura Betti, sia per assonanza di intestazione e sia per la struttura investigativa che, partendo dal delitto, attraverso un “flashback” memorialistico ripercorre i processi e le accuse che Pasolini ha subito dal 1960 fino al quel novembre del 1975.

La base di Pasolini, cronologia di un delitto politico sono le interviste fatte a molte delle persone che hanno conosciuto Pasolini, che descrivono la personalità dell’artista e tentano di dare una ricostruzione del delitto. Inquadrati frontalmente, a mezzo busto, davanti uno sfondo nero, è come se stessero sostenendo un interrogatorio a una stazione di polizia. Anzi, questa messa in scena è molto simile a quella della Commare secca (1962), pellicola diretta dall’esordiente Bernardo Bertolucci, ma il cui soggetto era di Pier Paolo Pasolini. Film borgataro, con reminiscenze narrative di Rashomon (1950) di Akira Kurosawa, in cui 5 ragazzi vengono interrogati sulla morte di una prostituta, e ognuno racconta la sua versione, su cosa ha visto. A posteriori, la trama del film anticipa sorprendentemente la fine di Pasolini: per giunta, nel soggetto originale il morto doveva essere un omosessuale. A queste dichiarazioni, che partono dal ritrovamento del cadavere, si intervallano i materiali d’archivio, che (ri)mostrano l’attività artistica e poetica (e polemica) dello scrittore. Materiale già visto, ma ben spesso ben integrato e utile finanche per un discorso di tipo didattico.

Anche molte delle personalità coinvolte nell’interrogatorio sono già state ascoltate altre volte, e ripetono cose già dette, ma quello che avvince maggiormente è la partecipazione dell’ex colonnello Antonio Cornacchia, che fu uno dei primi carabinieri ad arrivare sul luogo del delitto. Sorprende perché Cornacchia, che sarà poi presente anche nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro (e sarà lui che “libererà” il cadavere di Moro dalla Renault 4), nel 1981 risultò uno degli iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. La sua testimonianza, pertanto, risulta interessante, perché la si può seguire attraverso questa appartenenza a un “servizio” deviato, e le sue dichiarazioni memorialistiche si soppesano maggiormente, perché si cerca di capire quanto sa e quanto cerca di nascondere. Ma il vero punto di forza del documentario, che lo rende molto investigativo, è l’aver accorpato le contraddizioni che affiorano dalle ricostruzioni dei testimoni. Se da un lato si ha conferma che la vera verità del delitto non si saprà mai, dall’altro si scopre che anche chi ha conosciuto Pasolini in verità non lo conosceva fino in fondo, come ad esempio conferma il discorso sulle sue supposte tendenze sadomasochiste negli ultimi anni. [ROBERTO BALDASSARRE]